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E se la realtà che vediamo fosse solo una piccola parte di ciò che esiste?

E SE LA REALTÀ CHE VEDIAMO FOSSE SOLO UNA PICCOLA PARTE DI CIÒ CHE ESISTE?

Siamo abituati a considerare reale ciò che possiamo vedere, toccare e misurare. Ma i nostri sensi percepiscono soltanto una minuscola porzione di ciò che ci circonda. E allora nasce una domanda affascinante: quanto della realtà rimane completamente invisibile ai nostri occhi?

Ogni mattina apriamo gli occhi e il mondo sembra essere esattamente dove lo avevamo lasciato.

Vediamo le pareti della nostra casa, il cielo, gli alberi, le persone che incontriamo. Tocchiamo gli oggetti e abbiamo la sensazione immediata di trovarci all’interno di una realtà solida, concreta e perfettamente definita.

È naturale pensare che ciò che vediamo sia la realtà.

Ma non è esattamente così.

Quello che percepiamo è una rappresentazione costruita dal nostro cervello utilizzando una quantità limitata di informazioni provenienti dai nostri sensi.

Ed è proprio qui che le cose iniziano a diventare interessanti.

I NOSTRI OCCHI NON VEDONO TUTTO

La luce visibile rappresenta soltanto una parte dello spettro elettromagnetico.

Intorno a noi esistono continuamente onde radio, microonde, radiazioni infrarosse e ultraviolette e altre forme di radiazione elettromagnetica che i nostri occhi semplicemente non sono in grado di percepire direttamente.

Eppure esistono.

Possiamo rilevarle utilizzando strumenti costruiti appositamente.

Questo significa qualcosa di estremamente semplice, ma allo stesso tempo sorprendente:

l’universo non è limitato a ciò che possiamo vedere.

Se improvvisamente i nostri occhi fossero capaci di percepire altre frequenze dello spettro elettromagnetico, il mondo potrebbe apparirci profondamente diverso.

Non sarebbe cambiata la realtà.

Saremmo cambiati noi.

O, più precisamente, sarebbe cambiata la porzione di realtà alla quale abbiamo accesso.

IL CERVELLO COSTRUISCE IL MONDO CHE VEDIAMO

C’è poi un altro elemento ancora più affascinante.

Noi non osserviamo semplicemente il mondo come una telecamera.

Il cervello riceve segnali provenienti dagli organi di senso, li interpreta, li confronta con esperienze precedenti e costruisce continuamente una rappresentazione coerente dell’ambiente che ci circonda.

Questo processo è incredibilmente efficace.

Ma non è infallibile.

Le illusioni ottiche ne sono una dimostrazione molto semplice: possiamo osservare qualcosa ed essere assolutamente convinti di vedere una determinata forma, un movimento o un colore, quando ciò che sta accadendo fisicamente è differente.

Il cervello cerca costantemente di interpretare la realtà.

E spesso completa ciò che manca.

In altre parole, ciò che chiamiamo “mondo” è anche il risultato di una complessa elaborazione biologica.

LA REALTÀ È DAVVERO COME CI APPARE?

Questa domanda accompagna l’umanità da migliaia di anni.

Molto prima dell’esistenza dei computer, filosofi appartenenti a culture diverse si erano già interrogati sulla possibilità che ciò che percepiamo fosse soltanto una rappresentazione parziale di una realtà molto più grande.

Oggi disponiamo di strumenti scientifici infinitamente più sofisticati rispetto al passato.

Telescopi osservano regioni dell’universo lontanissime.

Microscopi ci permettono di esplorare strutture invisibili all’occhio umano.

Rivelatori registrano particelle e fenomeni che nessuno dei nostri sensi sarebbe in grado di riconoscere autonomamente.

Ogni volta che miglioriamo i nostri strumenti scopriamo qualcosa che prima era, per noi, invisibile.

Ed è difficile non chiedersi:

quante cose non abbiamo ancora gli strumenti per osservare?

LA LEZIONE DI MATRIX

Nel film Matrix, gli esseri umani vivono all’interno di una realtà simulata senza rendersene conto.

Per loro quel mondo è completamente reale.

Ha colori, suoni, odori, emozioni.

Le persone lavorano, mangiano, soffrono, amano e conducono la propria vita senza sospettare che ciò che percepiscono sia una costruzione.

Naturalmente Matrix è fantascienza.

Ma l’idea alla base del film tocca una domanda filosofica molto più antica:

come possiamo essere certi che la nostra percezione rappresenti completamente ciò che esiste?

Questo non significa che viviamo necessariamente dentro una simulazione informatica.

Non abbiamo prove scientifiche che dimostrino qualcosa del genere.

Il punto interessante è un altro.

Matrix ci ricorda quanto facilmente tendiamo a confondere ciò che percepiamo con tutto ciò che esiste.

Sono due concetti molto diversi.

E SE ESISTESSERO LIVELLI DELLA REALTÀ CHE NON POSSIAMO ANCORA PERCEPIRE?

Qui entriamo nel territorio delle ipotesi.

Ed è importante distinguere ciò che sappiamo da ciò che immaginiamo.

Il fatto che i nostri sensi siano limitati è scientificamente dimostrabile.

Da questo, però, non deriva automaticamente che esistano dimensioni nascoste popolate da esseri invisibili, universi paralleli accessibili alla coscienza o realtà superiori che attendono soltanto di essere scoperte.

Sono possibilità speculative, non fatti dimostrati.

Ma possiamo comunque porci una domanda legittima.

Se un essere umano vissuto migliaia di anni fa avesse sentito parlare di onde radio, probabilmente avrebbe avuto enormi difficoltà a immaginare che informazioni, immagini e voci potessero attraversare lo spazio senza essere percepite direttamente.

Oggi accendiamo uno smartphone e consideriamo tutto questo assolutamente normale.

La storia della conoscenza ci insegna che invisibile non significa necessariamente inesistente.

Significa semplicemente che dobbiamo trovare un modo per rilevarlo.

IL GRANDE MISTERO DELLA COSCIENZA

Poi esiste una questione ancora più complessa: la coscienza.

Sappiamo moltissimo sul cervello rispetto al passato.

Possiamo osservare l’attività di determinate aree cerebrali, studiare i neuroni e analizzare numerosi processi legati alla percezione, alla memoria e alle emozioni.

Eppure spiegare pienamente come dall’attività fisica del cervello emerga l’esperienza soggettiva rimane una delle grandi questioni aperte della filosofia della mente e delle neuroscienze.

Perché non siamo semplicemente organismi che elaborano informazioni.

Noi sappiamo di esistere.

Proviamo emozioni.

Abbiamo ricordi.

Immaginiamo il futuro.

Sogniamo.

Ci interroghiamo persino sulla natura dell’universo che ci ha generati.

Forse un giorno comprenderemo completamente anche questi processi.

Oppure scopriremo che la coscienza nasconde livelli di complessità che oggi non siamo ancora in grado di immaginare.

LA SCIENZA NON DISTRUGGE IL MISTERO

A volte scienza e mistero vengono presentati come nemici.

Non devono esserlo.

La scienza non consiste nell’affermare che tutto sia già stato spiegato.

Funziona esattamente al contrario.

Osserva.

Formula ipotesi.

Cerca prove.

Corregge gli errori.

E soprattutto continua a fare domande.

Il mistero diventa un problema soltanto quando un’ipotesi viene presentata come una certezza senza prove.

Possiamo essere affascinati da universi paralleli, civiltà extraterrestri, simulazioni cosmiche, dimensioni aggiuntive e natura della coscienza senza rinunciare al pensiero critico.

Anzi.

Forse è proprio il pensiero critico a rendere questi argomenti ancora più affascinanti.

Perché ci permette di distinguere ciò che sappiamo da ciò che crediamo e da ciò che, semplicemente, non sappiamo ancora.

FORSE LA MATRIX È PIÙ VICINA DI QUANTO PENSIAMO

Non necessariamente una gigantesca simulazione costruita dalle macchine.

La nostra “Matrix” potrebbe essere qualcosa di molto più semplice.

Potrebbero essere i limiti dei nostri sensi.

Le convinzioni che non mettiamo mai in discussione.

Le informazioni che accettiamo senza verificarle.

Gli schemi attraverso i quali interpretiamo automaticamente ciò che accade intorno a noi.

Uscire dalla Matrix, in questo senso, non significherebbe trovare una pillola rossa.

Significherebbe imparare a fare qualcosa di molto più difficile:

mettere in discussione ciò che crediamo di sapere senza cadere nell’errore opposto di credere a qualsiasi cosa.

Rimanere curiosi.

Cercare prove.

Accettare di poterci sbagliare.

E soprattutto continuare a fare domande.

Perché probabilmente conosciamo molto più dell’universo rispetto a qualsiasi altra epoca della storia umana.

Eppure, davanti all’immensità di ciò che ancora ignoriamo, potremmo essere soltanto all’inizio.

Forse la domanda più interessante non è:

“La realtà che vediamo è vera?”

Ma:

“Quanto della realtà non siamo ancora capaci di vedere?”

Ed è proprio lì, nello spazio che separa ciò che conosciamo da ciò che ancora non comprendiamo, che comincia il vero viaggio oltre la Matrix.

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