L’idea della reincarnazione ha affascinato l’umanità per millenni, attraversando culture, religioni e filosofie. È il concetto secondo cui l’anima, dopo la morte del corpo fisico, non si spegne, ma intraprende un nuovo viaggio, rinascendo in un’altra forma di vita. Ma è davvero possibile? E, se sì, quando e come potrebbe avvenire questo processo? Proviamo a esplorare alcune ipotesi, lasciando spazio alla meraviglia e al dubbio.

Un’Idea Antica, Eppure Sempre Viva
La reincarnazione non è una novità. Nelle tradizioni orientali, come l’induismo e il buddhismo, è un pilastro fondamentale: l’anima, o atman, si muove attraverso un ciclo di nascite e morti (Saṃsāra), influenzata dal karma, le azioni compiute in vita. Ma tracce di questa credenza si trovano anche altrove: i filosofi greci come Pitagora e Platone ne parlavano, e persino alcune sette cristiane dei primi secoli non la escludevano del tutto. Oggi, c’è chi la considera una possibilità intrigante, magari confortante, per dare senso alla vita e alla morte.
E se fosse vero? Potrebbe significare che ciascuno di noi porta dentro di sé un bagaglio di esperienze passate, un’eco di vite precedenti che magari si manifesta in talenti inspiegabili, paure irrazionali o quel senso di déjà-vu che ogni tanto ci coglie di sorpresa.
Quando Avviene la Reincarnazione?
Qui entriamo in un terreno ancora più misterioso. Non c’è un calendario universale per l’anima, ma diverse tradizioni offrono spunti interessanti. Nel buddhismo tibetano, per esempio, si parla di un periodo intermedio, il bardo, che può durare fino a 49 giorni tra una morte e una nuova nascita. Durante questo tempo, l’anima vagherebbe, scegliendo (o essendo guidata verso) la sua prossima esistenza. In altre visioni, invece, non c’è un intervallo fisso: la reincarnazione potrebbe avvenire immediatamente o dopo secoli, a seconda di ciò che l’anima “deve” imparare o completare.
Alcuni moderni studiosi di fenomeni paranormali, come il dottor Ian Stevenson, hanno raccolto testimonianze di bambini che ricordano vite passate con dettagli sorprendenti. Questi casi suggeriscono che, se la reincarnazione esiste, potrebbe non seguire una regola temporale rigida: un’anima potrebbe tornare dopo pochi anni o aspettare chissà quanto, forse in base a un disegno che sfugge alla nostra comprensione.
Come e Perché?
Il “come” è forse la domanda più sfuggente. L’anima si trasferirebbe in un nuovo corpo al momento del concepimento? O magari più tardi, durante la gestazione? Alcuni immaginano un processo fluido, quasi energetico, in cui la coscienza si lega a una nuova vita. Altri pensano a una sorta di “scelta” dell’anima, come se fosse attirata da circostanze specifiche: una famiglia, un luogo, un’epoca.
E il “perché”? Qui le possibilità si moltiplicano. Per alcuni, la reincarnazione è un percorso di crescita: l’anima torna per evolvere, correggere errori o raggiungere una sorta di perfezione. Per altri, è semplicemente la natura dell’esistenza, un ciclo eterno senza un fine preciso, ma con un significato che si svela vivendo.
Un’Ipotesi Aperta
La scienza non ha prove definitive a favore della reincarnazione, ma non può nemmeno escluderla del tutto. La coscienza rimane uno dei grandi enigmi: cosa succede quando moriamo? Alcuni studi su esperienze di pre-morte o ricordi spontanei di vite passate tengono vivo il dibattito. E poi c’è la voce dell’intuizione, quel sussurro interiore che a volte ci fa chiedere: “E se fosse già successo? E se fossi stato qui prima?”
Forse la reincarnazione è reale, forse no. Ma immaginare che l’anima possa viaggiare attraverso il tempo, portando con sé frammenti di ciò che è stato e speranze per ciò che sarà, è un pensiero che invita alla riflessione. Quando avviene? Nessuno lo sa con certezza. Potrebbe essere un istante dopo la morte, o un’attesa lunga quanto l’eternità. Quel che conta, magari, non è la risposta, ma la domanda stessa.

A volte mi chiedo cosa sarebbe l’uomo privo della brama di possedere, in quale essenza potrebbe ridursi.

Tenendo conto che, concettualmente, la complessità comincia dall’uno e la semplicità si riduce all’uno, forse, rinunciando a tutte le cose non necessarie ed inutili, la mente sarebbe più libera di potersi elevare oltre la materialità.

Il possesso di tutto ciò che rende schiavi appesantisce lo spirito della paura di perdere, di rinunciare a quei beni superflui che assorbono le nostre attenzioni, come vampiri che suggono le nostre energie.

Non per niente i monaci Zen itineranti vagano solo con la loro ciotola per poter raccogliere quel po’ di riso che viene loro donato, per sostentarsi. Null’altro.

Null’altro che la loro mente racchiusa in quel “sacco di immondizia” che permette loro di interagire in questo Velo di Maya, certo, questa è una estremizzazione di una filosofia che cerca di creare meno “gravità karmica” possibile facendo si che si riducano le possibilità di una ri-caduta nel Samsara.

Sicuramente la nostra società è meno incline a divulgare siffatti estremismi ed a prestarsi come terreno fertile per queste filosofie così rigide, e verrebbero magari ritenute un relitto del tempo, ormai superate da Teosofia, new age,  scientology, Angelologia etc…

Volendo distanziarmi da qualsiasi religione o filosofia che magari crea un contraltare esoterico, che rischia di non essere compreso (quindi non accettato) da tutti, voglio ricondurre il mio pensiero alla semplicità dei nostri anziani, che senza un vero e proprio trasporto religioso, sembravano seguire comunque un vivere decoroso ed in contatto con la natura, attraverso stagioni, miti, folklore ed un senso di civiltà che in questi tempi nemmeno ci sogniamo.

Basta ascoltare i racconti delle persone anziane che hanno vissuto il passaggio tra il mondo agreste e quello industriale per rendersi conto di come la vita fosse regolata da una sorta di “divino quotidiano”, e di quanto la “buona creanza” fosse un mediatore culturale ed una linea ideale di demarcazione in cui non era il pezzo di carta (la laurea o il diploma – di cui, comunque, incuteva rispetto) che faceva la differenza, ma il sapersi approcciare con cortesia ed educazione.

Ancora oggi nelle piccole frazioni o nelle città in cui l’istruzione non ha attecchito (nel bene e nel male) la saggezza delle persone anziane fa da recinzione morale aiutando i più giovani ad avere un esempio da seguire ed insegna loro il valore di ideali e di come adoperare utilmente il loro tempo. Tutto il contrario che si può tristemente notare in tutte quelle realtà metropolitane che cancellano e distruggono il vero saper vivere.

Il  rispetto era un obbligo accettato dalla collettività ed era auto-imposto dalla propria intelligenza, nessuno si sognava di rispondere in modo sconveniente ai propri genitori ed ai propri anziani. Le cronache odierne invece sono piene di atti criminosi compiuti in nome di quel nuovo “style de vie” che ci hanno inculcato le mode comportamentali estere.

Proprio alla luce di queste mode comportamentali, veri memi vampirici che hanno creato uno stile di vita a macchia d’olio, posso affermare quanto sia il superficiale e il non necessario a dettare legge, tutto è effimero, tutto è fugace, addirittura anche ciò che compriamo, televisore, automobile fino alla lampadina soggiace a quella legge ineluttabile del tempo creata ad arte dall’uomo che prende il nome  di obsolescenza programmata, ossia quella strategia industriale che stabilisce la durata dei meccanismi contenuti in tutti gli apparecchi complessi sopracitati.

Tutto ciò che era fatto per durare (e quanti di voi hanno passato i cinquant’anni sanno la durata delle lavatrici, dei frigoriferi, delle automobili!!! ) per una politica legata alla fabbricazione ed alla vendita a ciclo continuo, che di continuo ha solo la necessità di ricomprare dopo pochi anni apparecchi quasi nuovi, ormai è destinato alla rottamazione… in tempi nettamente più rapidi.

Siamo di fronte al palese esempio di come la nostra vita sia simile al decorso degli artefatti che dovrebbero renderci la vita più “comoda” mostrandone invece quanto sia più vuota; anche il nostro corpo è un involucro che dovrebbe servire da supporto affinchè la nostra anima possa essere in grado di lavorare su se stessa, e che invece viene considerato durevole quanto l’infinito stesso… dopo una vita gettata, in cui la mente non invecchia quanto il corpo, in molti si rendono conto di quanto poco abbiano lasciato in questo Velo di Maya e di quanto tempo abbiano sprecato gettandolo senza rispetto per se stessi… troppo tardi.

Gli occhi vedono un simulacro ormai avvizzito, così decrepito che la mente stessa fatica a riconoscerlo, in fin di conti sembrano così vicini gli anni della giovinezza! Invece il tempo è passato inesorabile, tagliando con la sua scure secondi su secondi, minuti, poi ore, mesi ed anni, alla fine, dopo una vita desiderando di possedere oggetti e beni superflui, ciò che desidererete di più è avere più tempo. Troppo tardi…

Articolo di Alberto Bergamini - Hackthematrix

 

 

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