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I telegiornali: La manipolazione dei media televisivi

Telegiornali: istruzioni per l’uso

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LO STEREOTIPO

Che noia un mondo tutto uguale. Creare delle categorie è una natura umana che tutti possediamo, e i media la governano al meglio.
Quando parliamo con una persona per la prima volta, abbiamo bisogno in pochi secondi di capire come relazionarci con lei: ad una donna che inizia il discorso con “mi scusi” dobbiamo sorridere ed essere cordiali; con un uomo che ci guarda torvo e che ci richiama con “ehi tu”, subito stiamo in allerta perché pensiamo possa avere brutte intenzioni. Questi sono stereotipi socialinaturali, utili a ogni persona per capire fin da subito se e come assumere determinati atteggiamenti: se non li possedessimo, non sapremmo attivare difese immediate come ad esempio la fuga o le parole di risposta adatte al contesto.

I telegiornali amplificano questi stereotipi, per loro è una sorta di “obbligo morale”, il fornire un’immagine il più accurata possibile dei gruppi sociali: così gli avvocati sono sempre ricchi, i malati di mente sempre pericolosi, i giovani sempre disoccupati, le donne col tacco a spillo al supermercato sempre poco di buono. Noi potremmo difenderci dicendo che cerchiamo di non partire prevenuti nella vita quotidiana, ma se dietro di noi cammina un magrebino, la prima cosa che facciamo è mettere al sicuro il portafogli.

PRENDERE POSIZIONE SENZA DARLO A VEDERE

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Tratto dal documento all’indirizzowww.osservatorio.it/download/Criminalita2009.pps
In verde, il numero di illegalità registrate. In rosso e blu, il numero di servizi giornalistici inerenti ai reati.

Abbiamo scritto poco fa che i tg tentano di mantenere un equilibrio di opinione, anche se spesso implicitamente non è così. Vediamo un esempio: nel 2007, nel periodo di campagna elettorale, le fazioni politiche promettevano nel loro programma dei forti provvedimenti per diminuire la concentrazione del crimine in Italia. Le più importanti testate giornalistiche hanno parlato proprio in questo periodo quasi solo di omicidi e rapine. Lo scopo era di innalzare il timore nella gente, e spingerla a votare, basandosi su questo tema molto in voga piuttosto che su altri temi più importanti fatti passare in secondo piano, i partiti d’interesse, che l’avrebbero così difesa dai pericoli più frequenti -o almeno così sembrava-:  si chiama nei manuali teoria della motivazione alla protezione, e si ha quando “l’individuo è spinto a proteggersi poiché 1) percepisce il problema come effettivamente grave, 2) si sente vulnerabile rispetto ad esso, 3) percepisce i comportamenti raccomandati come efficaci per fronteggiare la minaccia”[5].

Al mondo, così come intorno a noi, succede una miriade di fatti: con che criterio i media selezionano quelli che dovranno comunicarci?
Spesso, come abbiamo appena visto, i fini vengono decisi dall’alto, sono quindi politici, o comunque vi è un interesse a convincere le persone di qualcosa -torniamo al punto di partenza, la persuasione-. La tattica si chiama agenda-setting: la fonte non ci dice come pensare, ma a cosa pensare, selezionando le notizie che più devono essere amplificate a seconda del periodo politico-economico. I media scelgono per noi i nostri interessi, li mettono in agenda, enfatizzandoli con un’attenta attività di filtraggio. Così si ha il periodo in cui è più importante la crisi economica, poi quello in cui lo è l’immigrazione, poi il caso “mucca pazza”, come pure il terrorismo islamico: la gente riporrà la sua fiducia ai potenti che prometteranno la risoluzione del problema “di moda” in quel periodo. E si ritorna alla teoria della motivazione alla protezione citata poco fa.

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Un’altra tattica utilizzata è la scelta di frame, cioè di “inquadramento” della posizione che si vuole assumere affinché risulti nella luce migliore, più convincente, più positiva. Esempio quotidiano: se una fonte, parlando di immigrazione, definisce gli stranieri “rifugiati” o “richiedenti asilo”, vi è una chiara presa di posizione nei loro confronti; viceversa non si sostiene il loro arrivo se li si definisce “profughi”, “clandestini”, o peggio ancora facenti parte dell’ “ondata migratoria”.

I tg vogliono chiamare l’attenzione della gente trasmettendo i servizi come fossero dei film; immaginate la noia che comporterebbe una fonte che parla solo di dati economici e dibattiti in parlamento: la gente il più delle volte non è intenditrice, non conosce i termini tecnici né le dinamiche complesse.
Soluzione? Semplificare. E cosa c’è di più immediato e semplice di un litigio spiegato in termini spinti? Di un omicidio descritto nei dettagli? Ciò fa entrare l’audience in una sorta di telefilm, e ogni giorno c’è desiderio di sapere il seguito. La cronaca diventa una fiction: si chiama tecnica del montaggio, e i media la sfruttano trattando i processi giudiziari come delle vere e proprie serie a puntate, in cui siamo curiosi di sapere se il delinquente andrà in galera o meno. I tg ammplificano l’interesse con espressioni da film, aggettivi che descrivono i sentimenti dei processati, colonne sonore drammatiche durante la descrizione dei fatti, inquadrature diverse, sottolineatura dei piccoli dettagli insignificanti. Dallo scopo iniziale di informare la popolazione dei fatti alla serie televisiva vera e propria, i tg perdono effettivamente il loro ruolo principale, e i confini concettuali tra fiction e cronaca sono sempre più incerti.
Ciak, si gira! I media fissano sempre la presenza di un buono e di un cattivo,polarizzano, cioè rendono più marcata, la distanza tra il bene e il male, e la vicenda si svolge in un teatro di conflitti a colpi di sentenze e nuove prove prima celate. Chi vincerà?

AGIRE NELL’INCONSCIO

Tattiche meno visibili avvengono nella gestione della sintassi, cioè nella struttura delle frasi, e i media tendono sempre a giocare sul ruolo svolto da chi fa l’azione, di chi agisce, dell’agente.
Il trucco è sopraffino, e agisce nel nostro inconscio: quando a compiere una brutta azione è qualcuno di ben visto dall’opinione pubblica -usiamo come esempio un poliziotto-, si cerca sempre di non nominare l’agente, ma solo l’azione o un oggetto coinvolto (“l’arma da fuoco ha colpito accidentalmente un innocente poco distante”), diversa sintassi se l’agente ha compiuto un’azione eroica (“il poliziotto ha sparato al malvivente bloccando la sua fuga”). Abbiamo il contrario nel caso l’agente sia malvisto dalla società -scegliamo un tossicodipendente-, la cui buona azione lascerà celata l’identità (“uno sconosciuto si è tuffato per salvare il bimbo che stava per annegare, salvandolo”), mentre la brutta notizia si legherà alle sue caratteristiche negative di persona (“un giovane tossicodipendente si è tuffato in acqua, mentre il bambino è annegato nel giro di pochi secondi”).

Un altro modo di influenzare tramite la sintassi lo spiegheremo con un esempio, in quanto ancora più latente e complesso.

Definiremo col termine scientifico ingroup il gruppo in cui noi ci riconosciamo; banalmente l’italiano, il lavoratore, lo sposato con figli.tg3
Definiamo outgroup chi non ci rispecchia, anzi chi è solitamente vittima di stereotipi negativi; prendiamo il clandestino, il solitario, quello senza fissa dimora o con precedenti penali.
Se una persona appartenente all’ingroup compie una buona azione, questa sarà descritta con termini che sottolineano la tipica personalità del soggetto e le sue caratteristiche fisse: così si parlerà dell’italiano coraggioso che è gentile, è premuroso e altruista con il suo compagno di lavoro.
Gli aggettivi sono astratti, generici, parlano proprio della tipica personalità del connazionale a posto. Ma se l’azione è negativa? L’italiano colpisce col bastone il negoziante, e i gioielli vengono rubati. Notate la differenza: nel primo caso si sottolinea la personalità dell’italiano, generalizzabile, nel secondo caso si parla solo di fatti accaduti in quell’occasione.
Come nel paragrafo precedente, abbiamo anche qui l’esatto contrario: (occasionalmente) il clandestino offre del cibo all’italiano in difficoltà, e lo incoraggia con delle parole. Viceversa -notate ora i termini astratti- il clandestino aggredisce con violenza, mostrando cattiveria e, sottolineiamo in questo caso, è pure solitario e senza fissa dimora.

Sembrano quasi barzellette questi esempi, o dei montaggi, ma non è così: vi invitiamo ad aguzzare l’attenzione la prossima volta che guarderete un tg!
Dopo aver letto e compreso questi esempi, guarderete la televisione con altri occhi: quelli di persone consapevoli e libere dai vincoli dei trucchi mediatici.

Elena Degan e Giulia Piovan

[1]Nicoletta Cavazza, Comunicazione persuasiva in Lorella Lotto, Rino Rumiati,Introduzione alla psicologia della comunicazione, Seconda edizione, Il Mulino, 2013, p. 79
[2]Ibidem, p. 80
[3]Luciano Arcuri, Comunicazione di massa in Lorella Lotto, Rino Rumiati,Introduzione alla psicologia della comunicazione, Seconda edizione, Il Mulino, 2013, p. 152
[4] Patrizia Milesi e Patrizia Castellani, Comunicazione politica, in Lorella Lotto, Rino Rumiati, Introduzione alla psicologia della comunicazione, Seconda edizione, Il Mulino, 2013, p. 188
[5]Nicoletta Cavazza, Comunicazione persuasiva in Lorella Lotto, Rino Rumiati,Introduzione alla psicologia della comunicazione, Seconda edizione, Il Mulino, 2013, p. 87

FONTI
Lorella Lotto, Rino Rumiati, Introduzione alla psicologia della comunicazione, Seconda edizione, Il Mulino, 2013
Luciano Arcuri, Luigi Castelli, La trasmissione dei pensieri, Decibel e Zanichelli, 2007

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