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Riflessioni

Emergenza profughi, “Calais (Francia) è una polveriera”.

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Calais

Proprio oggi pomeriggio ho incontrato il mio amico Ruggero Veronese, che scrive per una conosciuta testata giornalistica della mia città, mentre gentilmente mi ha offerto un caffè, mi ha raccontato quello che ha trovato a Calais, tornando dall’Inghilterra. Quanto segue mi ha veramente toccato….

Cristo santo quante armi. Quanti checkpoint. Quanto filo spinato.

Fatti un giro nel quartiere, vieni a vedere. Ve lo siete mai fatti un giro nel quartiere? No, non parlo della nostra piccola e ridente Ferrara, piccolo paradiso a propria insaputa lontano milioni di chilometri dal pianeta Terra e dai suoi problemi. Sono a Calais, Francia, una bella città seicentesca affacciata sul Canale della Manica, talmente vicina all’Inghilterra da ricordare i sobborghi di Canterbury: clima schifoso, pecore ovunque e obesità giovanile oltre i livelli di guardia.

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Ma non è solo questo a farmi perdere il sorriso, anzi. A me la pioggia piace, gli animali liberi mi fanno apprezzare la vita e devo ammettere che anche le ragazze un po’ in carne hanno il loro fascino. No, il problema è un altro: sono tutti questi fucili, tutti questi checkpoint, tutti questi chilometri e chilometri di filo spinato che circondano il mare e le campagne attorno. L’area è militarizzata. La costa francese assomiglia a quella del 1943, per come la vediamo nei film di guerra, piuttosto che alla poetica regione che avevo conosciuto girando in moto una decina di anni fa. E nel momento in cui esco dal tunnel sotto la Manica, a bordo di un furgone sovraccarico e con mio padre al fianco, riesco a pronunciare solo queste parole: ma che cazzo è successo qui?

Che cazzo è successo? Che cazzo è successo? È successo che il mondo sta girando, e a quanto pare gli unici a non essercene accorti siamo noi. Noi ferraresi, noi rodigini, noi modonesi, noi mantovani. Tutti noi che viviamo in queste più o meno innocue e opulente cittadine del nord Italia, dove il rischio peggiore per la nostra sicurezza è cadere dalla bicicletta e dove tre africani sulla stessa panchina vengono catalogati come invasione. È il nord di Salvini, baby. Il nord Italia che non guarda in faccia a nessuno, tantomeno alla realtà.

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Antefatto: cogliendo l’occasione per distrarmi dalla cronaca italiana sono andato ad assolvere i miei doveri familiari in Inghilterra: dopo quattro anni mio fratello tornerà in Italia e c’è bisogno di manovalanza per portare giù quintalate di cianfrusaglie. Perchè voi non lo sapete, ma il nostro beniamino che entra dentro un mercatino dell’usato britannico è un po’ come Bobo Vieri in spedizione a Formentera: quello che c’è, lui lo tira su. Ma non te la prendere, fratello: finchè non compri anche la carta da parati c’è sempre speranza.

Quindi dopo il comodo viaggio di andata in aereo, il ritorno è una bella avventura di duemila chilometri in furgone, come piace a noi. Ma le notizie dal telegiornale ultimamente sono allarmanti: i traghetti sulla Manica sono fermi, i dipendenti sul versante francese stanno protestando mentre polizia ed esercito faticano a contenere le migliaia di profughi africani e mediorientali che cercano di raggiungere la Gran Bretagna. Forse i treni nel tunnel sotto la macchina saranno in funzione, ma nelle ultime settimane decine di persone hanno cercato di intrufolarsi a bordo e la situazione può degenerare da un momento all’altro. Nel frattempo l’Inghilterra è corsa ai ripari e ha imposto alla Francia misure di sicurezza rigidissime: tutti gli attracchi sono guardati a vista dalla polizia, mentre la stazione dei treni sotterranei è stata letteralmente militarizzata.

Lo spettacolo che ci troviamo di fronte quando usciamo dal tunnel è sconvolgente. Chilometri e chilometri di filo spinato ovunque, a perdita d’occhio. La zona ferroviaria è separata dal resto della Francia da sette anelli di recinzioni equidistanti alti almeno sei metri, tutti identici, tutti invalicabili. Ai margini della strada che vi passa in mezzo, e che percorriamo per raggiungere lo svincolo dell’autostrada, sono state installate lunghissime bobine di filo spinato alte un metro e mezzo che hanno di fatto sostituito i guard rail. Sparsi un po’ ovunque, sulle corsie di emergenza e negli spiazzi attorno alla stazione, i militari con i mitra a tracolla controllano le auto che sfilano in una lenta e sbigottita processione. Fortunatamente non hanno mai avuto bisogno di usarle, ma anche senza munizioni un fucile resta un arma: rappresenta l’autorità, e con l’autorità è meglio non scherzare. Non se sei un immigrato senza più un nome, una patria e uno straccio di diritto civile, e tanto basta per farmi sembrare Calais, nell’agosto 2015, l’anticamera dell’inferno.

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Una famiglia francese di ritorno da Londra ci dice che ormai il peggio è passato, e infatti di gruppi di immigrati tra una recinzione e l’altra ce ne sono pochissimi, una decina, e tutti ben sorvegliati. Gli altri sono stati portati in centri provvisori, un po’ come accade da noi, in attesa di essere identificati. O forse, penso io, in attesa che l’Europa decida cosa vuole fare da grande e se al di là delle egalitè e fraternitè sbandierate in più o meno tutte le costituzioni, sia anche il caso di fare qualcosa per questa gente. Ma questo Qualcosa, par di capire, deve avere caratteristiche molto particolari: deve riuscire a farci sentire dei filantropi ma senza gravare di un euro sulle nostre tasse e suoi nostri servizi. Non deve impattare sulle nostre tradizioni, che tuttavia prevedono per loro stessa natura una giusta e umana pietas cristiana. In sostanza questo Qualcosa non deve incasinare in alcun modo la testa dell’elettorato, che purtroppo ha il brutto vizio di essere molto variegato e di includere sia chi non sopporta di sentir parlare in arabo sul pianerottolo, sia chi si è laureato in mediazione culturale e finalmente ha trovato lavoro grazie ai progetti di integrazione.

E mentre i nostri governanti si passano il cerino in attesa del giorno in cui i telegiornali annunceranno la pace nel mondo – o nel migliore dei casi di andare in pensione al termine del mandato -, io continuo a coltivare un’idea assai impudente: ma eliminare fisicamente l’Isis, Boko Haram, i pirati somali, il regime eritreo e tutti questi pazzi indemoniati che stanno trasformando il mondo civilizzato in una coperta sempre più corta? Visto che l’occidente spende migliaia di miliardi di euro in spese militari, non si potrebbero mandare questi eserciti a distruggere i più disumani regimi mai visti dai tempi del nazismo? In fondo, mi dico, sarebbe più utile che fare spettacoli acrobatici coi jet che poi si schiantano sulle autostrade, oltre che più sensato di militarizzare metà della costa nord francese per tenere a bada gente che desidera solo la pace. Altrimenti tanto vale abolire del tutto gli eserciti e reindirizzare quegli sterminati capitali nella scuola o nella sanità, oppure a gente come Gino Strada, cioè a quei pochi che fanno qualcosa per risolvere i problemi del terzo mondo alla radice. Un bell’assegno circolare e via.

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Peccato solo che, mi comunicano dalla regia, ogni tipo di intervento militare esterno non sia più una strada praticabile. Almeno da 14 anni, da quando quell’aquila di George W. Bush ha coniato il termine ‘esportare la democrazia’, esautorando l’Onu da qualsivoglia vigilanza internazionale e trasformando il Medio Oriente in un lago di sangue. Al giorno d’oggi anche lo sbarco in Normandia contro il nazismo suonerebbe come un perfido complotto capitalista, ed è anche comprensibile. Non fraintendetemi: non sono un guerrafondaio. Ma credo che, così come l’Europa degli anni 40 avrebbe fatto una bruttissima fine senza i russi e gli americani, il mondo arabo del 2015 ne farà una ancora peggiore se gli unici che combattono per la pace (non è un ossimoro, si può e si DEVE combattere per la pace) sono i poveri ed eroici kurdi. Della serie: andate avanti voi, poi quando vi siete fatti sterminare tutti regaliamo un po’ di armi a qualcun altro. Un piano coi controfiocchi, complimenti davvero.

Nel frattempo ci lasciamo alle spalle l’assedio di Calais e cominciamo a macinare chilometri verso Ferrara e verso i suoi abitanti, spaventati da 400 richiedenti asilo le cui armi più letali, al momento, sono asciugamani bagnati e arrotolati. Verso la gente che dice di aver paura a camminare alla sera in zona Gad, dove qualche settimana fa uno spaccino sulle mura mi si è avvicinato chiedendo se volevo dell’erba e ci siamo fumati una sigaretta insieme. Mi ha detto che spacciare è un crimine e che si sente in colpa, ma che se non manda qualche soldo in Nigeria la sua famiglia al nord del paese rischia di essere picchiata selvaggiamente o uccisa dal racket di Boko Haram, al quale Cosa Nostra fa un baffo. Quando mi ha chiesto se conosco qualcuno che lo possa aiutare a trovare un lavoro vero, aveva le lacrime agli occhi. Qualunque lavoro: muratore, carpentiere, operaio: “Quello che non so fare imparo”, e intanto mi recitava tutto il suo curriculum soffermandosi in particolare nelle sue doti di manovratore di muletto.

 

Gli ho detto che avrei chiesto in giro a qualche amico muratore e ho ancora il suo numero salvato sul cellulare. Spero di chiamarlo con qualche buona notizia, prima o poi, ma so bene che se dovesse accadere sarà un lavoro in nero. Sempre al di fuori della legalità, ma che vi posso dire? Le leggi sul lavoro sono sensate – livello di tassazione a parte – ma viviamo in un mondo di contraddizioni in cui l’etica si scontra anche con le leggi giuste, dove gli eserciti sorvegliano la gente che viene in pace, dove il filo spinato separa due paesi alleati, dove i buoni si scontrano con i buoni mentre il male si mangia metà del mondo. Ed è proprio una bella merda, per usare un termine strettamente politologico. Ma diventa tutto ancora più difficile se noi – voi e io – non ci mettiamo un minimo d’impegno per impedire che almeno questa metà del pianeta cada in balia dei suoi istinti più beceri. Dobbiamo rinunciare alla paura, almeno noi, perchè nel caso non ve ne siate accorti ogni singola ingiustizia nella storia di questo pianeta è stata commessa da popoli spaventati e confusi. E quando c’era qualcuno a manovrarli, lo faceva grazie alle loro paure.

Quindi se posso riuscire a comprendere i chilometri di recinzioni attorno a un attracco, perchè i flussi migratori devono comunque essere regolati, non posso accettare che il filo spinato entri anche nel cuore e nello sguardo dei miei compatrioti, pronti a credere anche alle epidemie di ebola pur di sbattere la porta in faccia al prossimo. Facendo finta che non è questione di razzismo, ma di igiene. Facendo finta che 15 persone in un paese di duemila abitanti siano un’invasione. E facendo finta che quelle persone vogliano davvero soltanto rubarci le tasse o il lavoro e che per farlo siano disposte a sopportare passivamente la lontananza dalla famiglia, i pericoli, i controlli e le umiliazioni, rimbalzando dal cassone di un camion alle code davanti alla prefettura, se proprio gli va bene. E finendo magari per spacciare controvoglia e con qualche senso di colpa nei quartieri attorno alle stazioni.

I discepoli di Salvini a questo punto mi guardano severi: “Tu stai facendo retorica, mio piccolo buonista, perchè questa non è gente che scappa dalle guerre. I siriani e gli irakeni rappresentano il 7% dei richiedenti asilo in Italia, o giù di lì. Questi qua sono migranti economici”. E mentre pronunciano quel termine senz’anima, ‘migranti economici’, a volte gli scappa pure una mezza smorfia di disprezzo.calais-invasione

Eh già, avete proprio ragione: solo chi muore sotto i colpi di un Ak-47 o salta in aria su una mina antiuomo ha diritto alla nostra pietà cristiana, gli altri sono solo dei piccoli truffatori. Chi muore di fame non ha la stessa dignità. Chi guarda i propri figli e sa che non arriveranno a 40 anni non merita i nostri programmi Sprar e i nostri 35 euro al giorno, di cui 33,5 vanno a finire in stipendi e posti di lavoro italiani. Morire non è una cosa seria, dite voi, se non accade entro i confini irakeni e siriani. E tutti quei chilometri e chilometri di filo spinato attorno a Calais siano di esempio al resto del mondo perchè è così che un popolo difende se stesso, i propri confini e le proprie tradizioni.

Allora mentre mi lascio alle spalle l’egoista Inghilterra e mi avvicino alla vittimista Italia penso che forse sono ben tristi valori, quelli che difendete. Mi ricordano quasi la triade Dio, Patria e Famiglia a cui inneggiava Milosevic, mentre faceva fucilare duemila kosovari in fila indiana per risparmiare proiettili. Noi avevamo l’occasione di mostrare e ricordare cos’è la civiltà a quegli stupidi paesi musulmani, dove 40 anni fa le ragazze giravano in minigonna e ora vengono lapidate se diventano vittime di uno stupro. Avevamo l’occasione di ricordar loro che anche l’Islam sarebbe diverso e migliore, se solo la propaganda fascista dei suoi regnanti teocrati non l’avesse trasformato in un abominio. Avevamo questa occasione e la vogliamo gettare via schifati, senza renderci conto che stiamo lentamente trasformando anche la nostra, di cultura, in un abominio, e che ne andiamo pure fieri. Tra una preghiera in duomo e uno spritz, tra una fattura stracciata e la foto di un gattino su facebook.
A milioni di chilometri dal pianeta Terra.

di Ruggero Veronese

 

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Emergenza profughi, “Calais (Francia) è una polveriera”. | Misteri e Controinformazione – Newsbella settembre 1, 2015 at 10:21 pm

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