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TTIP, un trattato che fa discutere

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TTIP, un trattato che fa discutere

di  C. Alessandro Mauceri

dazebaonews

ttip bandieraDa molti mesi in Italia si discute del TTIP, il trattato di libero scambio transoceanico (in realtà l’accordo tra Ue e Stati Uniti non si limita agli scambi commerciali: va ben oltre).  Un accordo che si sta preparando in tutta segretezza e che ha suscitato polemiche anche in altri paesi europei.

Il motivo di tanta segretezza è stato reso evidente in questi giorni, ma non a Roma o a Bruxelles, bensì a Washington.

Nei giorni scorsi tutti gli accordi transcontinentali in programma con gli Stati Uniti d’America hanno subito una dura battuta d’arresto per mano del parlamento americano. Infatti è stato bocciato il “Wyden-Hatch-Ryan trade promotion authority bill”, più conosciuto come “Fast Track Authority”, ovvero la norma che avrebbe concesso al presidente Barack Obama l’autorità per operare con maggiori poteri e in modo quasi indipendente, per gestire gli accordi intercontinentali, tra cui il TPP, l’accordo commerciale tra gli Stati Uniti ed altri 11 Paesi del Pacific Ring (Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malaysia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam). Nel mese di maggio, questi provvedimenti erano stati inseriti in un unico “pacchetto” dalla leadership repubblicana del Senato. La Camera, però, ha deciso di separare le due leggi. La prima è stata bocciata, la seconda sebbene abbia avuto la maggioranza non ha avuto un numero di voti sufficiente. La norma proposta, per essere approvata, avrebbe avuto bisogno di 60 voti: il presidente Obama è riuscito ad averne solo 51.

L’importanza di queste norme deriva dall’importanza strategica (oltre che sotto il profilo economico e sociale interno) che hanno questi accordi. Il TPP e il TTIP avrebbero dovuto creare una zona di libero scambio in grado di coprire il 40% del mercato  globale. Un mercato che avrebbe permesso agli USA di avere (e controllare) una alternativa al mercato dei BRICS (il gruppo di paesi costituito da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica e i loro associati). Un enorme mercato un gigantesco spazio economico nel quale a dettare le regole sarebbe il capitale statunitense (da qui la quasi totale segretezza). Accordi che avrebbero favorito i grandi gruppi statunitensi e internazionali, ma che, al tempo stesso, avrebbero avuto anche un importante peso strategico: il TPP avrebbe creato una sorta di accerchiamento economico e di contenimento di Pechino in Asia, mentre il TTIP avrebbe potuto limitare il tentativo di integrazione economica tra l’Europa da una parte di Russia e Cina, vincolando le imprese europee agli Stati Uniti.

Non a caso, anche negli USA era stato tenuto il più stretto riserbo. Il 6 maggio, la senatrice democratica Barbara Boxer si era detta preoccupata per la mancanza di trasparenza dell’amministrazione Obama sulle trattative del Tpp: «Lasciate che vi dica cosa dovete fare per leggere questo accordo. Seguite questo: solo alcuni dei membri del nostro staff possono avere un nulla osta di sicurezza. Perché? Conosco bene queste cose: questo è sicuro, questo è classificato. Non ha nulla a che fare con la difesa. Non ha nulla a che fare con l’andare contro l’Isis».

Dopo la decisione dei giorni scorsi del parlamento statunitense, tutti i trattati come l’accordo commerciale TPP per il Pacifico e il contestato TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) per gli scambi con l’Unione europea potrebbero essere rimessi in discussione.

Ma non basta. Con la bocciatura della TPP, del TTIP, è stato negata anche la possibilità (per il momento) di rinnovare il “Trade Adjustment Assistance” (TAA), il provvedimento che gestisce i trattati di libero scambio sottoscritti dagli Stati Uniti con altri paesi. Cosa questa che potrebbe avere effetti non indifferenti sull’economia statunitense: alla scadenza del TAA (a fine di settembre) potrebbero rendersi necessarie compensazioni economiche e costosi programmi di riqualificazione per i lavoratori che perderanno il posto di lavoro. A confermarlo è stato il presidente della Commissione finanze del Senato, il repubblicano Orrin Hatch: «In futuro, se vedremo un forte calo della dell’agricoltura e del manufatturiero Usa, la gente potrà benissimo guardare indietro agli eventi di oggi e mi chiedo perché non siamo riusciti ad agire insieme».

La motivazione che ha spinto buona parte dei rappresentanti parlamentari USA a votare contro (indipendentemente dalle elezioni ormai vicine) è legata al rischio concreto che un simile accordo, analogamente a quanto potrebbe  accadere con il TTIP per l’Europa, provocherebbe gravi conseguenze sul mondo del lavoro, dato che questi accordi agevolano non poco le grandi multinazionali e la rilocalizzazione delle imprese in paesi dove il costo della manodopera è più basso: non a caso la decisione di non approvare la norma è stata sostenuta contemporaneamente dai democratici, dai sindacati e dalle organizzazioni della sinistra radicale.

Ma non basta. Si tratta di una votazione che rimette in discussione anche la leadership di Obama dato ad esprimere parere negativo sono stati anche alcuni deputati del suo stesso partito.

Tra i maggiori oppositori dell’accordo, è stato il Sierra Club, la più influente associazione ambientalista americana. Ilana Solomon, responsabile Trade Program si è dichiarata soddisfatta della decisione del paralmento: «Nonostante dovesse far fronte alle intense pressioni dei grandi inquinatori e da altre corporations per far passare uno spericolato accordo commerciale, il Senato si è levato a favore delle nostre aria, acqua, terra e democrazia Il voto odierno è un segnale positivo che il Congresso sta perdendo il suo appetito per affrettare i voti sul commercio che avrebbero minacciato i lavoratori, le comunità e l’ambiente. Le organizzazioni ed i cittadini che si battono per proteggere le nostre comunità e il nostro pianeta useranno questo slancio per continuare a sollecitare i nostri membri del Congresso a resistere contro il fast track  ed a battersi per le famiglie americane».

C. Alessandro Mauceri

 

fonte: il sovranista

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