Hack The Matrix
Scienze

Scienza, dogma e libertà

loading...

Scienza

Scrive Kenneth L. Feder: «Lo scienziato, sia esso fisico, chimico, biologo, psicologo o archeologo, attraverso l’osservazione oggettiva e l’analisi registra i fatti che hanno bisogno di una spiegazione. Servendosi poi della sua creatività e della sua immaginazione, formula le ipotesi che potrebbero spiegare questi “misteri”. Il passo successivo consiste nell’utilizzare un metodo rigoroso che si serve della sperimentazione e della successiva ricerca per verificare la validità delle diverse ipotesi. Se le previsioni fatte si dimostrano false, l’ipotesi deve essere rigettata e si ricomincia da capo. Solo quando le previsioni si dimostrano valide, possiamo ritenere confermata la nostra ipotesi» (Frodi, miti e misteri. Scienza e pseudoscienza in Archeologia, Avverbi edizioni, Roma 2004, p. 50). Il passo, per quanto apprezzabile sotto il profilo espositivo, non offre nulla più che una visione romantica e ideale delle scienze. Prima di tutto, ricorre il mito dell’osservazione oggettiva. L’osservazione non può essere neutrale e obiettiva, nel senso di rispecchiare perfettamente l’oggetto, come se si trattasse di un reperto archeologico da dissotterrare. Anche se fosse compiuta da un sofisticato strumento di analisi, non potrebbe mancare l’intervento dell’uomo, che dovrà prima o poi cimentarsi in una qualche interpretazione dei dati resi disponibili dalla rilevazione meccanica. Non è possibile eludere la soggettività e perciò gli errori che derivino da un pur meticoloso processo interpretativo. Pensiamo a una radiografia. Il radiologo osserva e interpreta la radiografia, analizza ciò che uno strumento di esame ha già rilevato; dipende dalla sua competenza e dalla sua esperienza e non è detto che riesca sempre a fornire rilevazioni esatte. Oltretutto, non è da escludere che due radiologhi diversi pervengano a conclusioni diverse. Ovviamente, si cerca in tutti i modi di evitare la differenziazione di giudizio, utilizzando, per esempio, un linguaggio quanto più possibile uniforme e standardizzato; ma, a maggior ragione, l’interpretazione non può essere oggettiva, giacché, se fosse realmente oggettiva, dovrebbe presentarsi in forma specifica e distintiva. Di fatto, ciò è improponibile.

scienza-3

In secondo luogo, consideriamo la problematica sulla natura dei fatti. Cosa s’intende per “fatti”? Sono davvero così indipendenti dalle rappresentazioni, dai pregiudizi e dalle precomprensioni dello sperimentatore? Tutta l’ermeneutica del Novecento ha mostrato come sia del tutto illusoria un’oggettività di fatti che si presentino puri al cospetto dell’osservazione.

In terzo luogo, la questione del metodo. Qui si potrebbe citare l’interessante contributo di Paul Feyerabend, epistemologo americano di grande fama. Nel suo Contro il metodo ha sostenuto l’idea che non ci sono regole metodologiche precostituite. Se vi fossero state – argomentava – ci sarebbero anche stati inspiegabili limiti all’attività degli scienziati, con implicazioni negative sul piano stesso del progresso scientifico. Al contrario, è l’indipendenza (e persino l’anarchia) metodologica ciò che permette concretamente e proficuamente di fare scienza. Di volta in volta, si utilizzerà il metodo che si riterrà più opportuno e compatibile con il carattere dei dati disponibili. Da questo punto di vista, la posizione di Feyerabend non è finalizzata a offrire una descrizione generale della scienza. È piuttosto il pluralismo metodologico il nucleo fondamentale dell’analisi di Feyerabend. Lo stesso falsificazionismo di Popper è valido, ma non può essere l’unico e solo metodo scientifico. Le nuove teorie sono accettate non per la loro compatibilità con un metodo, ma perché i loro sostenitori fanno uso di ogni trucco – razionale, retorico o osceno – pur di acquisire risultati favorevoli alla loro causa. Insomma, in un contesto laico e plurale, “anything goes” (“qualsiasi cosa può andar bene”). D’altronde, pare sia possibile enumerare alcuni casi indiscutibili di progresso (per esempio la rivoluzione copernicana) come risultanti di un procedere non aprioristicamente legato a un certo metodo di lavoro.

Tornando al falsificazionismo popperiano, è bene menzionare i lavori critici di Imre Lakatos: gli scienziati non abbandonano le loro ricerche necessariamente quando rinvengono smentite alle ipotesi di partenza. Anzi, tali smentite non le cercano per nulla. Uno degli esempi più eclatanti riguarda le tre leggi della dinamica di Newton (che definiscono quantità come la forza). Sarebbe possibile – secondo l’epistemologo e matematico ungherese – accettarle senza sottoporle a falsificazione, altrimenti verrebbe meno la stessa prosecuzione del programma newtoniano. In altre parole, il sistema costituisce una struttura all’interno della quale la ricerca può essere condotta con riferimento costante a dei principi fondamentali condivisi che non è necessario difendere continuamente (una specie di paradigma, nell’accezione adottata da Kuhn). «Per Lakatos, quelle che siamo soliti considerare ‘teorie’ sono in realtà gruppi di teorie leggermente differenti tra loro, le quali condividono alcuni principi, definibili ‘nucleo’. Lakatos definisce ‘programmi di ricerca’ tali gruppi. Gli scienziati coinvolti nel programma difendono il nucleo teoretico dai tentativi di falsificazione cingendolo di una serie di ipotesi ausiliarie. Mentre Popper generalmente screditava simili misure dichiarandole ‘ad hoc’, Lakatos intendeva mostrare che lo sviluppo e la messa a punto di ipotesi protettive non è necessariamente un male, per un programma di ricerca. Invece che tra teorie vere e false, Lakatos preferisce distinguere tra programmi di ricerca progressivi e degenerativi. I programmi di ricerca progressivi crescono e sono caratterizzati dalla scoperta di nuovi fatti. I programmi degenerativi sono caratterizzati dalla mancanza di crescita o dal moltiplicarsi di ipotesi protettive che non conducono a fatti nuovi». (Wikipedia, Imre Lakatos).

In conclusione, il cammino della scienza non segue un orientamento lineare, senza crepe, senza svolte, senza imperfezioni. Non si potrebbe neppure parlare di libera ricerca se non fossero plurali, le scienze; plurali nella loro intima struttura e nella loro funzione conoscitiva. Nulla di univoco; anche se, di fatto, c’è chi crede nelle scienze in quanto sapere assolutamente certo e autosufficiente, che ha lo scopo di spazzar via ogni altro sguardo sul mondo, ritenuto inferiore. Siamo così, prepotentemente, entrati nel regno dello scientismo, inteso, dal Devoto Oli come quel «movimento intellettuale sorto nell’ambito del positivismo francese (seconda metà del sec. XIX), tendente ad attribuire alle scienze fisiche e sperimentali e ai loro metodi, la capacità di soddisfare tutti i problemi e i bisogni dell’uomo». Nell’accezione negativa, il vocabolo indica «l’indebita estensione di metodi scientifici validi nell’ambito di scienze particolari (come quelle naturali) ai più diversi aspetti della realtà, con pretese di conoscenza altrettanto rigorosa» (Vocabolario Treccani online). Ora, qui s’intende mostrare non tanto la più che evidente pretesa unicistica dello scientismo, ma la sua greve pericolosità.

Lo scientismo nasce in Francia nella seconda metà dell’Ottocento, nel contesto del positivismo, nell’epoca cioè dell’esaltazione del sapere scientifico e della sua conclamata superiorità nei confronti del sapere tradizionale, ancora intriso di metafisica, religione e mistero. La rivincita dell’arte, della filosofia e delle stesse religioni non tarderà a pervenire. Per esempio, Gaston Milhaud rileva una sorta di dogmatico eccesso di fiducia nella possibilità di estendere con successo i metodi scientifici al di fuori dei loro ambiti naturali. E secondo il convenzionalismo e il costruttivismo, l’atteggiamento scientista non è nulla di più che una mancanza di consapevolezza storica. Tutte le grandi rivoluzioni scientifiche si avvalgono di vistosi cambiamenti, tanto nei metodi quanto nei contenuti, e lo stesso paradigma dominante è soggetto a una continua variazione, non potendo essere fissato una volta per tutte. Friedrich von Hayek, nel suo Scientism and the Study of Society, contesta l’applicazione del metodo della scienza naturale alla risoluzione dei problemi relativi alle istituzioni sociali e alla collettività. Lo scientismo – osserva il grande economista liberale – ha la presunzione di comprendere realtà complesse come le istituzioni sociali sulla base delle proprie fallibili conoscenze scientifiche, ignorando che le società e i rapporti in essa vigenti sono sempre il risultato non voluto e non intenzionale delle azioni dei singoli individui, e non possono essere disegnate e ricostruite a piacimento. Anche Karl Popper critica lo scientismo, nel quale intravede il presupposto del totalitarismo, dato che esso ritiene di avere cognizioni sufficienti per pianificare ogni progettualità umana in maniera oggettiva, escludendo i fattori soggettivi come dei fastidiosi inconvenienti; ne deriva un modo di pensare «ingegneristico» e collettivista, incline a degenerare nel collettivismo politico.

Inutile infine citare tutta la schiera di filosofi, come Heidegger e Gadamer, che hanno rivolto una fervente e poderosa critica alle pretese universalistiche e monistiche delle scienze e della tecnica.

La risposta delle scienze alle domande dell’uomo è solo una delle possibilità interpretative del mondo e dei suoi fenomeni.

Si può dire: qual è il monte più alto al mondo? E rispondere, senza esitazione: l’Everest. Lo si dà per acquisito, non lo si discute. Ma alla domanda si può anche rispondere in altro modo: volgo lo sguardo all’Everest, e mi sembra più alto del cielo. Se l’unica formulazione possibile fosse quella fornita dalle scienze, che ne sarebbe dello spirito poetico? In generale, che ne sarebbe dell’arte e della stessa libertà umana? Certo, dire che l’Everest è il monte più basso al mondo equivarrebbe a una burla, ma se non fosse permesso scherzare, che ne sarebbe del gioco e del divertimento?

L’Everest, dunque, il monte più alto. Eppure, c’è chi ha creduto, e chi lo crede tuttora, che l’Everest non sia affatto la vetta più alta al mondo. Secondo alcune indagini di qualche decennio fa, vi sarebbe un picco vicino all’Everest un po’ più alto. Un picco guastafeste che ha fomentato la controreazione scientifica che con nuove e puntuali rilevazioni ha riportato l’ordine nei manuali di geografia fisica. E guai a chi si permette ancora di mettere in discussione la scienza!

Interessante, a questo punto, la lettura di un libro: Mario Livio, Cantonate. Perché la scienza vive di errori, BUR, Milano 2013. Niente è più lontano dalla realtà dell’idea che la storia della scienza sia una strada lastricata di successi (Ivi, p. 9).

Idealmente la scienza si serve di prove e verifiche rigorose, ma concretamente non può esistere la misura perfetta. D’altronde, non è mai sufficiente, per le scienze, produrre argomentazioni, come avviene per esempio in filosofia. E su questo punto si può essere d’accordo; ma se la mancanza di prove equivale a collocare sul piano della castroneria e della leggenda certe osservazioni, si ritorna miseramente negli inferi dello scientismo.

esseri-spirituali-tiller

Pensiamo, tanto per fare un significativo esempio e poi concludere, a San Brendano di Clonfert. Si tratta di un abate irlandese vissuto nel VI secolo, che ha compiuto numerosi pellegrinaggi per mare, giungendo in molte isole della Scozia, nelle Orcadi e nelle Shetland. Ma un autore anonimo del X secolo, ne amplifica e arricchisce le vicende. Nella Navigatio sancti Brendani, scritta in latino, si narra di un viaggio avventuroso per mare, alla ricerca dell’Eden. I monaci sarebbero salpati da Shankeel (Seana Cill), ai piedi del Monte Brandon, dal quale il santo avrebbe scorto l’Isola dei Beati. Avrebbero in seguito incontrano un’isola dalle alte scogliere, l’isola delle pecore giganti. Famoso è l’incontro con un grande mostro marino (Zaratan) di nome Jasconius, che scambiano per un’isola (come avviene nelle avventure di Sinbad il marinaio): vi si fermano a celebrare la messa di Pasqua e accendono un fuoco svegliando la bestia. Incontrano il Paradiso degli Uccelli, i grandi vecchi della comunità di sant’Albeo, l’Isola degli Uomini Forti e l’eremita Paolo. Alla fine i monaci raggiungono l’isola dei beati, visitano l’Eden, e poi ritornano in patria. Secondo alcuni autori San Brendano avrebbe raggiunto le Isole Fær Øer, l’Islanda o addirittura l’America. Si dice che abbia scoperto le isole Canarie, dove è venerato con il nome di San Borondòn (Wikipedia, San Brendano). Eppure – osserva Kenneth L. Feder – se davvero i monaci fossero stati in quei posti «avremmo dovuto trovare delle prove concrete. Invece, non esistono manufatti attribuibili a monaci irlandesi del VI secolo: in America non sono stati trovati anelli, croci o bottoni. Senza tali prove, la storia di Brendano rimane soltanto un’interessante leggenda» (op. cit., p. 152). Ma è esattamente questo lo spirito tagliente dello scientismo: negare validità e senso a qualcosa solo perché mancano delle prove. È ovvio che non si può ritenere scientifico ciò che è sprovvisto di prove e di verifiche, ma non dev’essere la scienza a decretare leggendario e narrativo un racconto; è un diritto del racconto stesso presentarsi e qualificarsi come racconto. La scienza non ha le chiavi del mondo, non ha il potere sul mondo, non è l’Uno che tutto decide e tutto determina.

di Antonio Di Bartolomeo

loading...

Related posts

Industria farmaceutica e malattia: ecco il connubio più lucroso della storia umana

Vaccini, autismo e morte?

RILEVATA PER LA PRIMA VOLTA LA MATERIA OSCURA CHE SI ANNIDA NELLA NOSTRA GALASSIA