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Riflessioni

8 minuti di follia

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LubitzPlaneMain-680x365_cSono le 10:31 del 24 marzo quando l’Airbus 320 della Germanwings comincia a perdere quota. Era decollato alle 10:00 da Barcellona diretto in Germania, a Dusseldorf, con 144 passeggeri e 6 membri dell’equipaggio. In quel momento il co-pilota dell’A320 della Germanwings, Andrea Lubitz, è solo nella cabina di pilotaggio. Aveva aspettato che il comandante si allontanasse verso il bagno per compiere il folle gesto. Era da solo perché, secondo le regole europee, uno solo dei piloti può restare in cabina se funziona la telecamera che permette di controllare lo spazio antistante la cabina di pilotaggio”, come riporta l’ANSA.

Il comandante cerca di rientrare nella cabina di pilotaggio. La porta è bloccata dall’interno, non si apre nemmeno digitando il codice di emergenza. “A questo punto entrare nella cabina di pilotaggio diventa impossibile”, conferma un pilota intervistato sull’accaduto.

Pare che Lubitz abbia attivato la discesa automatica, solo in questo modo “sarebbe stato possibile aggirare i numerosi (124) computer di bordo che avrebbero automaticamente corretto la quota”. L’ipotesi più probabile – secondo il pilota – è che “chi era ai comandi non abbia voluto intenzionalmente eccedere nella velocità, continuando a scendere progressivamente in modo deciso, ma non abbastanza da far scattare i comandi”.

Le domande sono molte. Le normative di volo, la sicurezza interna il veicolo, le restrittive misure di emergenza adottabili, i mancati controlli della possibilità o meno di prestare servizio a fronte di una condizione di salute non opportuna… gli interrogativi e i punti su cui riflettere balzano prepotenti alla mente. La mia riflessione, senza nulla togliere all’articolato problema, vuole toccare una sfumatura dell’accaduto che è importante non sottovalutare o mal interpretare.

8 secondi di lucida follia non si spiegano con una depressione “confermata” da alcune scatole di psicofarmaci e un certificato del medico curante. Nel linguaggio comune, “depressione”, “burnout”, “stress”, sono termini all’ordine del giorno sui quali è troppo facile far leva in una direzione o in un’altra. Le patologie psichiatriche hanno la grossa difficoltà di non avere un’oggettività diagnostica, di essere facilmente interpretabili anche da semplici medici di base con un’opinabile esperienza nel settore. È molto più complesso avere a che fare con una patologia della psiche, per la natura stessa del genere umano, che con una patologia meramente fisiologica (se la distinzione può essere operata).

Un soggetto depresso non commette una strage premeditata e così lucida; non bisogna mostrarsi precipitosi nell’imputare come colpevoli le dinamiche psico-farmacologiche assunte e concludere nell’impossibilità di prestare servizio in queste condizioni. Richiamo solo alla cautela per alcuni semplici motivi. Non confondiamo suicidio con omicidio. Non inferiamo la depressione come un disordine psicologico passibile di alto rischio di comportamenti criminosi. Non è questa la depressione. Se passasse questo messaggio – ci fa notare la società italiana di psichiatria e il suo presidente Emilio Sacchetti – «usare la parola “depressione” per descrivere un comportamento inspiegabile o violento manda due falsi segnali: primo, che la società non ha nessuna responsabilità per quanto riguarda la nostra felicità, perché l’infelicità è una condizione medica; secondo, che una persona depressa corre il pericolo di compiere atti abominevoli. Le persone depresse hanno bisogno di aiuto. Le persone “depresse” anche, ma non dello stesso tipo».

Lubitz è stata una persona sicuramente disturbata, le ipotesi vertono su un disturbo psicotico paranoide. Al momento non so che farmene dell’etichettatura diagnostica. Forse una diagnosi più precisa sarebbe servita prima, ma non come parte esplicativa totalizzante in un teatrino di responsabilità ancora da definire. Sicuramente il tema ci rimanda all’importanza di non sottovalutare i disturbi psicologici, alla necessità di figure realmente competenti nel settore, ma soprattutto ci deve spingere a riflettere circa la stereotipia, la generalizzazione e la confusione che ancora aleggia intorno a questo genere di patologie.

Non dobbiamo avere paura e vergogna dei disturbi della psiche. Essa può essere malata come ogni altro organo del nostro corpo; ma in maniera più silente, più nascosta. Necessita di un ascolto e una comprensione più accurata.

di Eller Conti

fonte : PensieroPlurale

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