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Riflessioni

Je ne suis pas Charlie 2

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k2.items.cache.b8cc41f2c23fcd5970f74c3c49efafec_Genericnsp-534Je ne suis pas Charlie

Amo le vignette, anche se difficilmente le capisco. Non capisco neppure le barzellette; a volte a far ridere sono io stesso: rimango a guardare come un pesce lesso chi me l’ha appena raccontata, nell’attesa di chissà quale spiegazione. Mi ritengo un tipo solare, ma vedere sollazzo e riso prima e dopo il dì di festa mi arreca un senso di fastidio, se non di nausea.

Vedo in giro burattini infagottati che esibiscono in videochiamata denti più bianchi dei cirri, senza accorgersi delle sostanze chimiche che ci sono dietro e dentro; non si rendono conto del malessere strisciante che si portano dietro e dentro, convinti che un falso sorriso scacci ogni guaio. Sono un fautore del pensiero plurale e realista, quello che si forma nell’esperienza diretta (non universalizzabile); il pensiero illusorio e positivo lo lascio a Jovanotti, mentre quello nichilista e negativo lo lascio ai monisti d’ogni pappa.

Une journée sans rire est une journée perdue – diceva Charlie Chaplin. Ma esagerare – a parte la locuzione latina per cui il Risus abundat in ore stultorum – lo trovo indegno! La realtà è così intrisa di brutture e storture che davvero certe volte non capisco che cazzo c’è da ridere…

Ora, pensiamo a un altro Charlie: l’Hebdo. Lo sanno pure i piccioni di San Marco che la satira non mira alla risata; la risata è solo il mezzo per finalità eminentemente politiche. La satira – in tutte le sue forme – serve a creare divisioni o cementare alleanze. Non intendo ancora occuparmi di questa cosa qui, tuttavia, né m’interessa entrare nel merito della questione integralista/non-integralista, della quale, sinceramente, ne ho fin sulle scatole. E non mi interessano le elucubrazioni complottiste. Io non possiedo la Verità, e non è mia la presunzione di poterla conoscere. Intendo solo sollecitare qualche riflessione. Ovvio che non scrivendo per il Corriere della Sera non potrò aspettarmi più di un centinaio di visualizzazioni online e una manciata di Mi piace elargita dagli amici. Eppure, il punto centrale del mio discorso è proprio questo: chi si dice essere Charlie generalmente lo fa perché ritiene che il ben noto giornale satirico – noto dopo i fatti di Parigi – rappresenti il fiore all’occhiello delle moderne società laiche e democratiche, quelle che, appunto, permettono a tutti di scrivere articoli (sul web) e avere un centinaio di visualizzazioni e una manciata di Mi piace dagli amici.

Il giornale fondato da Eugenio Scalfari – la Repubblica – ha preso le parti di Charlie Hebdo. Con una serie di articoli distinti e ben argomentati ha spiegato perché l’attentato del 7 gennaio costituisce la più grave minaccia alla libertà di parola in Occidente. Ha dedicato alla vicenda più di uno speciale. Allo stesso modo il bimestrale dell’UAAR, L’Ateo, secondo cui Io sono Charlie equivale a Io sono la laicità; e così anche un volume monografico di MicroMega, che non ha esitato a menzionare il solito Giordano Bruno difensore della libertà, nonché alcuni libri sfoggiati ad hoc, per non dimenticare la strage di rue Nicolas Appert 10.

Tutti inneggianti la libertà di parola; la quale, ancorché concepisca vignette oltraggiose, è il principio cardine da difendere a spada tratta. Ed è subito divenuto un tabù parlare di Charlie Hebdo schierandosi contro. Si è dalla parte dei fratelli Kouachi e di chi li ha addestrati; si è detto: si offrono alibi se non giustificazioni ai terroristi, e questo non va bene. Meglio affiggere sui muri i manifesti del Je suis Charlie, alzare cartelli bianconeri per le strade, indossando magliette con i volti sorridenti dei Dodici.

Qualcuno, come Claudio Magris – io leggo lui anche se lui non legge me – non si è dimenticato di osservare come «sia insensato considerare l’eccidio parigino un attentato alla libertà di stampa, quasi fosse una censura governativa: sarebbe come dire […] che mettere una bomba al mercato ortofrutticolo è un attentato alla libertà di comprare frutta e verdura» (da la Lettura, inserto del Corriere della sera di domenica 1 marzo 2015). E sì. Proprio così. Non capisco cosa c’entri la libertà di espressione con l’attentato e con Charlie stesso.

L’Occidente è convinto di aver inventato la democrazia, crede di essere superiore agli altri, musulmani compresi, venera un unico vero dio, eleva le proprie scienze e la propria cultura al di sopra di tutto. Charlie, con sede a Parigi, capitale cosmopolita della laicità e della moda, costituisce l’emblema dell’Occidente laico e democratico. Altro che Cina – dove vige una dittatura – altro che India – dove ci sono le caste – altro che Sud America – dove regna la diseguaglianza – altro che Paesi arabi – dove domina la Shariʿah. Solo in Occidente si è liberi.

«Ma la libertà d’espressione dovrebbe voler dire libertà di esprimere i propri valori senza offendere quelli degli altrui e senza sentirsi offesi dai valori professati dagli altri» (ibidem). Davvero inutile sottolineare che per i musulmani il Profeta Muhammed è sacro, a tal punto che non è lecito neppure darne rappresentazioni attraverso le arti. Inutile, perché per il sedicente mondo civilizzato nulla è sacro – che non sia di origine autoctona. Ora, si può essere d’accordo con Magris che non esiste alcun diritto all’offesa, ma bisognerebbe anche chiedersi quali sarebbero questi bei valori dell’Occidente cristiano. D’altronde, è occidentale la libertà di espressione? È occidentale la democrazia? Ci si dimentica che l’approvazione delle decisioni e delle regole in Occidente avviene attraverso il principio maggioritario il quale, sedicente democratico, si concretizza, nella maggior parte dei casi e nella maggior parte delle istituzioni – dalle riunioni condominiali alla Camera dei Deputati – in consensi precostituiti e pilotati. Questo sì che è offensivo, più di quelle figurine senza senso che avevano lo scopo di distrarre il ceto medio della Francia illuminista, mentre i piani alti della finanza e della politica, all’unanimità, già architettavano nuove guerre ai poveri e agli indifesi.

Un certo Christian Salmon, dalle pagine di la Repubblica (venerdì 6 febbraio 2015), sosteneva che è attribuibile alla Chiesa cattolica l’origine dell’intolleranza: «ai suoi albori, il cristianesimo condannava la risata». Certo, mio caro… agli albori. Ora no. Ora la incoraggia, perché sa che con il sorriso è possibile vendere qualsiasi merce: anche quella di un dio morto in croce e risuscitato.

È importante ridere, lo dicono anche gli psicologi: lo stress sarebbe davvero invalidante. È con il sorriso tra le labbra che, dinanzi a decine e decine di persone, il leghista Roberto Calderoli ha dato dell’orango all’ex ministro, ora europarlamentare, Cecilie Kyenge. Ed è probabile che con un ghigno non proprio da macaco orsino ha salutato la decisione – avvenuta a maggioranza – della Giunta del Senato che ha ritenuto le sue frasi “insindacabili e non razziste”. Poi, però, si mette sotto accusa Grand Theft Auto (Videogame che ha incassato 800 milioni di dollari nelle prime 24 ore di lancio); in particolare, la scena in cui «carichi in macchina una prostituta, scegli quale “servizio” farti fare, da 50, 70 e 100 dollari [… dopo di che la inquadri] nello specchietto retrovisore, acceler[i] e la invest[i] ripetutamente…» (ivi, p. 25), proprio non è andata giù alla vicepresidente della Commissione Cultura della Camera, la scienziata Ilaria Capua, che ha prontamente inviato una lettera al Presidente del Consiglio affinché si ponga fine a questo scempio di sesso, bugie e videogame.

È ancora ammesso ridere sulle scempiaggini dell’Occidente, caro scriteriato Charlie Hebdo?

del prof. Antonio di Bartolomeo

fonte : www.pensieroplurale.it

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