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MARY CELESTE: IL MISTERO DELLA NAVE FANTASMA

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L’articolo che vogliamo condividere con Voi oggi nella rubrica “Aeramya” di Hack the Matrix riguarda uno dei misteri marittimi più famosi della storia, il caso del brigantino canadese chiamato Mary Celeste.

Fin dai tempi remoti in cui l’uomo iniziò a solcare gli oceani, i racconti di apparizioni spettrali, navi fantasma e mostri degli abissi ispirarono poeti e scrittori e non solo, anche la fantasia di navigatori e marinai.

Riguardo il fenomeno dell’avvistamento di velieri fantasma, ci viene alla mente la famosa leggenda dell’Olandese Volante, oppure l’Odissea dove Omero narra di Cariddi (gigantesco vortice marino in grado di inghiottire ogni cosa) e di Scilla, una creatura acquatica anomala che attirava i marinai portandoli verso la morte.

Leggende svariate si sono succedute fino al Diciannovesimo secolo, basti pensare che nelle prime mappe nautiche, per esempio, al si sopra dei mari meridionali veniva citata la scritta “infestate da draghi”.

C’è chi pensa che le navi fantasma siano ricettacoli di anime di marinai defunti, altri che le navi abbandonate solchino le acque con la speranza di ritrovare l’equipaggio smarrito. Una cosa è certa, quando si racconta di navi trovate alla deriva senza equipaggio a bordo, nell’area del Triangolo delle Bermuda, viene spontaneo pensare al caso più misterioso riguardante la più famosa nave maledetta di sempre: la Mary Celeste.

L’incidente capitò al di fuori dei confini ipotetici del Mar dei Sargassi, perché il brigantino passò a nord di esso nella sua rotta verso il punto, in prossimità delle Isole Azzorre, dove fu intercettata da un brigantino inglese, il “Dei Gratia”, il 13 dicembre del 1872. Quest’ultima nave, insospettita dalla navigazione irregolare della Mary Celeste, ebbe a chiamarla numerose volte e non avendo ottenuta nessuna risposta decise di abbordarla per poi prendersela come bottino.

Gli uomini che vi salirono a bordo, tra i quali il capitano Morehouse, la trovarono con le vele spiegate e il carico di botti di alcol ammassato al sicuro nella stiva. Gli impermeabili e gli effetti personali erano al loro posto e le riserve di cibo e acqua erano sufficienti, tuttavia l’equipaggio, assieme al capitano, Benjamin Briggs, la moglie e la sua bambina piccola era semplicemente scomparso.

Mancava il sestante ma sulla nave giacevano ancora denaro, botti e il giornale di bordo. La cabina principale era stata chiusa con assi, come se qualcuno avesse voluto creare una roccaforte per respingere eventuali assalitori.

Questo mistero marino fino al giorno d’oggi è rimasto insoluto, sebbene sia stato arricchito di particolari e oggetto di investigazioni e processi. La stessa scomparsa dell’equipaggio venne giustificata in vari modi, dall’attacco pirata alla fuga dopo l’uccisione del capitano, dal timore di un’imminente esplosione al pericolo di affondamento della nave, dallo scoppio di un’epidemia ad un eventuale sequestro da parte di esseri extraterrestri.

I Lloyd’s di Londra avanzarono la teoria di un’ipotetica fuga da parte dell’equipaggio a causa dell’incendio del carico di alcol e al tentativo successivamente fallito di riavvicinarsi alla nave per risalire a bordo dopo l’incendio sulla scialuppa.

Si formulò l’ipotesi che alcuni pirati nord africani avrebbero attaccato la nave uccidendo tutto l’equipaggio. Lo scrittore Harold Wilkins pensò che la nave fosse stata saccheggiata in mare da persone note ai membri dell’equipaggio con lo scopo di prendere la nave come bottino.

Una curiosità in tal senso è il fatto che il “Dei Gratia” era rimasto ancorato al porto di New York per più di una settimana al fianco della Mary Celeste ed era salpato poco dopo la partenza della sventurata nave. Arrivato a Gibilterra l’equipaggio del Dei Gratia aveva addirittura avanzato la richiesta di una ricompensa per aver riportato il brigantino sano e salvo e il suo carico. Morehouse era veramente incappato nella nave abbandonata?

Il brigantino fu sequestrato dai funzionari inglesi. Quando eseguirono i controlli nella nave, trovarono strani segni apparentemente riconducibili all’uso di un’ascia, insieme a tracce di ciò che sembrava essere sangue. Il procuratore generale di Gibilterra, Frederick Solly Flood, che guidava l’inchiesta espose la sua idea: evidentemente alcuni membri dell’equipaggio, ubriachi, massacrarono tutti i presenti e successivamente fuggirono sull’unica scialuppa di salvataggio disponibile.

La teoria si rivelò impossibile poiché dopo analisi fatte, l’ipotetico sangue non era sangue. Il carico di alcol non era bevibile poiché era di tipo industriale. I segni ipotetici dell’ascia altro non erano che usura naturale ed infine, perché mai lasciare la nave per affrontare pericoli con una scialuppa?

BENJAMIN BRIGGS

Il procuratore pensò allora che Briggs e Morehouse si fossero accordati per orchestrare una truffa ai danni delle assicurazioni. Anche tale ipotesi venne in breve tempo accantonata in quanto Briggs era comproprietario del brigantino e come risarcimento avrebbe incassato quindi solamente una piccola somma. Mancando ogni prova, l’inchiesta venne presto chiusa e le accuse ai danni di Morehouse e gli ufficiali del Dei Gratia decaddero.

La Mary Celeste, dopo tutti i controlli, venne equipaggiata e di nuovo utilizzata per il mare. Con il tempo però acquisì la reputazione di nave distruttrice e portatrice di morte tanto che portò il suo ultimo capitano, Gilman Parker, a mettere fine alla sua sfortunata carriera: distribuì liquori a tutto l’equipaggio e diresse la nave coltro una scogliera in prossimità di Haiti.

Tuttavia continua a persistere ancora oggi il mistero della Mary Celeste. Che cosa accadde veramente al suo equipaggio? Alcuni anni dopo, al largo della costa atlantica della Spagna, furono segnalate due scialuppe di salvataggio. Su una delle due vi erano cinque corpi, ma data l’assenza di analisi certe non fu possibile collegarli all’accaduto.

Quarant’anni dopo il ritrovamento della nave vennero fuori dei documenti appartenenti ad un passeggero segreto della nave, Abel Fosdyk. Egli affermò che un giorno il capitano Briggs e altri membri dell’equipaggio si tuffarono in mare per una gara di nuoto ma vennero assaliti dagli squali. I presenti, accalcandosi sul parapetto della nave, lo sfondarono e cadettero tutti in mare. Secondo questa testimonianza, Fosdyk fu l’unico a salvarsi per mezzo di una zattera approdando quasi esanime sulle coste del Marocco. Temendo di non essere creduto non raccontò mai a nessuno l’accaduto.

Nel 1884 su riviste inglesi dell’epoca emerse un racconto intitolato “La deposizione di J. Habakuk Jephson” scritto da Arthur Conan Doyle. A causa di ciò che i lettori lesserò nel racconto, la leggenda della gara di nuoto prese il sopravvento assieme a quella del relitto pieno d’oro facente gola al capitano. Tuttavia anche questo si tratterebbe di un falso.

ARTHUR CONAN DOYLE

Un’altra ipotesi avanzata fu il disastro naturale dovuto ad una tromba marina o un improvviso maremoto. Uno dei due avrebbe potuto causare danni portando l’equipaggio a commettere l’errore fatale di gettarsi in mare con la scialuppa di salvataggio.

L’episodio della Mary Celeste resta uno dei casi più celebri di ritrovamento di navi fantasma. Il relitto nel 2001 è stato ritrovato dalla spedizione di Clive Cussler, ma riguardo l’equipaggio del 1872 il mistero persiste.

Articolo di Aeran & Maya – Hackthematrix

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