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Riflessioni

Perchè non mi importa nulla del 25 Aprile

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Il 26 aprile si sta decisamente meglio, almeno secondo me. Siamo sopravvissuti alle pompose e noiosissime celebrazioni dei corpi armati, migliaia di assonati sindaci e prefetti hanno depositato altrettante corone d’alloro su statue/tombe/monumenti per i caduti, i nostalgici di fascismo e antifascismo hanno concluso le loro dispute su chi aveva il nonno più eroico. Prossimo round: 25 aprile 2017.

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Le celebrazioni storiche e patriottiche non le posso sopportare, scusate. L’intento di chi le ha pensate ovviamente è lodevole: ricompattare lo spirito di unità nazionale e impedire che gli insegnamenti della storia cadano nell’oblio. Ma a 71 anni di distanza cosa è rimasto di questi propositi? Il nulla o poco più, o forse poco meno. Nel senso che nel 2016 festività come il 25 Aprile o il Giorno della Memoria sembrano fatte apposta per dividerci e farci litigare, più che per unirci. Per consentire a un qualche rappresentante di una qualche istituzione di salire su un palco e parlare per qualche minuto alla folla, con dosi variabili – spesso abbondanti – di retorica. Escamotage dialettici per dare del criptofascista all’attuale avversario politico. E nel 2016 i militari in parata sembrano solo una versione meno divertente e più dispendiosa dei Power Rangers. Scusate per la franchezza.

Tutta questa roba non ci serve. Non ci insegna nulla. Ci può solo sistemare la coscienza senza spingerci o costringerci in alcun modo utile all’azione, come del resto buona parte delle rievocazioni storiche.

A Ferrara per esempio il terreno di scontro sono stati i libri di Giampaolo Pansa esposti in biblioteca comunale. Sacrilegio! Da alcuni studenti è partita una petizione online per chiederne la rimozione e da lì si è innescato il dibattito politico, con tanto di intervento di un consigliere regionale leghista che difendeva, oltre alla libertà di pensiero, anche la memoria del nonno partigiano ma democristiano.

Giampaolo Pansa
Giampaolo Pansa

Festa che rinsalda l’unità popolare? Qua basta esporre un libro di Pansa in biblioteca ed è già finita la magia. Io non ne ho mai letto uno, ma mi dicono che il nostro non ci sia andato molto leggero con i partigiani comunisti e abbia documentato alcune rappresaglie verso le famiglie fasciste. O qualcosa del genere. Perchè sapete, in realtà non mi importa nulla di quello che Pansa giustamente o ingiustamente ha scritto. È ininfluente. Il punto è che qua ancora una volta ci si sta scannando per delle cazzate. E infatti, come ogni anno, le persone più vicine al tanto celebrato spirito di uguaglianza, di fratellanza e di unità popolare sembrano quelle a cui del 25 Aprile non gliene frega assolutamente niente.

Un paradosso? Io non direi. Secondo gli antropologi nelle civiltà primitive le festività servono a ‘iniettare’ – se mi passate il termine – attraverso riti di gruppo quei sentimenti utili a un determinato sistema sociale. Il patriottismo, l’amore per la propria cultura e per determinati valori, l’importanza della fecondazione e così via. Spesso anche per rimarcare l’odio o il distacco da un altro popolo. È sempre stato così: dalle danze attorno a un totem degli indiani d’America ai ‘due minuti d’odio’ immaginati da Orwell in 1984. Il rito ci unisce, il rito ci divide. E la festività è la massima espressione del rito.

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Civiltà primitive dicevamo. Forse gli antropologi usano altri termini, ma anche questo è ininfluente. Il punto è che la nostra dovrebbe essere – e solo a volte ci riesce – una società abbastanza razionale da far sì che le persone conoscano e rispettino i valori comuni senza bisogno di feste e riti. E soprattutto senza doverli legare a determinati eventi storici come la liberazione della penisola italiana dal nazifascismo. Non pensate anche voi che sia un atto di egoismo? Stiamo rivolgendo i nostri sentimenti migliori verso il nostro e solo nostro passato. È per questo che spesso vedo più 25 Aprile in chi tutti i giorni fa il suo e nemmeno sa cosa si va festeggiando. È gente che ti potrebbe sorprendere con un bellissimo ragionamento sulla pace e la convivenza tra popoli anche tra una quarantina di giorni, in un 6 giugno qualsiasi, senza troppe menate sull’antifascismo e la brigata del nonno. Dio li benedica.

Poi, se proprio non riusciamo a fare a meno delle festività – perchè un bel mercoledì al parco ogni tanto ci vuole -, la mia proposta è di fare come i giapponesi. Le loro celebrazioni non sono storiche, ma in un certo senso filosofiche. Hanno le giornate del rispetto per il mare, le montagne, i bambini, gli anziani, la salute e lo sport e così via. Si celebra un sentimento che non ha bisogno né di date né di nemici, ma che resta comunque un valore da difendere e nessun giapponese litigherà mai su chi è più montanaro, più anziano o più sportivo. Feste in maschera al posto delle parate militari. Pranzi di comunità invece di corone sulle fredde statue. Gli shintoisti ne sanno una più del diavolo e, guarda caso, sembrano anche perfettamente guariti dallo stesso male che ci affliggeva fino a 71 anni fa. Alla storia preferiscono i concetti.

Noi invece nel passato ci incagliamo e ci sguazziamo, forse perché ci dà sempre la possibilità di dire la cosa giusta, di rivendicare una conquista e poi di rimetterci a sedere soddisfatti. Come chi parlava di Rinascimento e di diritto romano mentre esplodeva il colonialismo o passavano le leggi razziali: a volte e a qualcuno la storia insegna solo a compiacersi e tenere la coscienza pulita. E intanto il tempo crea eroi, ma non sono più qui. Meno storia e più concetti, per le prossime celebrazioni: questo dovremmo chiedere alle pompose e autocelebrative istituzioni italiane. Contro i totalitarismi restano più utili Socrate e Montesquieu dei tricolori in piazza. E le foto sul palco in piazza ve le farete un’altra volta, dai.

di Ruggero Veronese

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Perchè non mi importa nulla del 25 Aprile | Misteri e Controinformazione - Newsbella aprile 26, 2016 at 9:50 pm

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