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Facebook è Matrix

Facebook è Matrix

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La società della post-comunicazione mette a disposizione infiniti strumenti per comunicare, in tempo reale, ogni volta che lo vogliamo, con chiunque vogliamo. Ma che c’avemo da di’? I gestori della telefonia mobile concedono per pochi euro l’accesso Internet senza limiti. E siamo perennemente connessi con tutti. Eppure non abbiamo null’altro da dire. Abbiamo già detto tutto. Spremuti come arance rosse di Sicilia, ridotti all’osso, fiumi prosciugati dal sole della news.
Il dispositivo del web si regge sul dire, sul rendere pubblico ciò che pensiamo, sul rivelarci come Gesù Cristo sulla via di Damasco. E come San Paolo, ciechi siamo diventati. Non trasferiamo informazioni, non otteniamo feedback, sembriamo zombie senza meta. In cerca di likes e condivisioni.
Scrive Rissano Baronciani: “Se il mondo dell’advertising seppe creare un’immagine verso cui poter proiettare il nostro Io ideale, oggi constatiamo come l’abitudine di vivere all’interno di surrogati di esperienza in rete, grazie e attraverso i nostri avatar, ci porti all’illusione di condividere e di comunicare, mentre stiamo in realtà confermando a noi stessi, utilizzando gli altri, l’idea che ci siamo fatti non tanto di noi quanto della nostra immagine riflessa” (La società pornografica, 2016, p. 91).
Non è più in gioco un’identità e la salvaguardia di un Io reale. L’avatar, la Matrix, ha preso il sopravvento. Controlla ogni nostro pensiero. Determina ogni gesto. Siamo ciò che Facebook comanda. Appari, mio caro… in camicia da notte o imbellettato per la cerimonia nuziale del secolo, con la sigaretta tra le mani o con un culo grande come una capanna.
Facebook sa che desideriamo visibilità. Offrono un servizio che è anche un bisogno. Bramiamo apparire. E ci fanno apparire. Apparire senza apparenza, solamente in base a ciò che riteniamo di essere nell’istante in cui ci accingiamo a postare.
Si materializza così non già la parvenza di noi, bensì la parvenza del Nulla. Perché nulla siamo dinanzi agli algoritmi messi a punto dagli ingegneri informatici del filosionista americano Mark Elliot Zuckerberg.
Non comunichiamo che a noi stessi; nel mentre comunichiamo (a noi stessi) ci sgretoliamo. Ci sovviene una parola. La comunichiamo. A capriccio, a impulso, a bit. Non c’è riscontro. Ma che importa! Nessun raccordo è necessario. Anche dire che due più due fa sei porta acqua al mulino di Facebook.
Noi parliamo e crediamo di comunicare. La scrittura è fiction. La parola è fiction. I fatti son banditi. I fatti sono altrove. I fatti oggi, nell’era del selfie e delle visualizzazioni, non esistono neanche più. Guardiamo il mondo nei video. E facciamo i video mentre i fatti si svolgono. Non hanno importanza i fatti. La vita passa in secondo piano. È più bello vederla che assaporarla. L’amore… quello reale non interessa più a nessuno. La pratica di un sano onanismo serale dinanzi a un porno streaming vale più di una fellatio.
Lo scopo dei social è preservare se stessi e perpetuare l’ingranaggio, attraverso lo svuotamento delle nostre anime e l’annullamento della realtà. E noi siamo completamente in trappola. Mentre scrivo… mi sovviene la nausea, perché io parlo male del web con il web; e magari, dopo, per diffondere l’articolo, mi servirò delle condivisioni sui social. E così – maledizione! – mentre contesto Facebook, gli fornisco l’ennesimo nutrimento.
È il paradosso micidiale che affligge tutti noi. Non possiamo liberarci dalla Matrix. Possiamo solo sperare in un corto circuito. Quando non c’è elettricità, tutto si ferma. Quando lo smartphone finisce la pila, traiamo un sospiro di sollievo. La Matrix ci ha consentito una boccata d’aria. Come nei carceri del Texas, che lasciano un’ora di aria aperta ai detenuti; tornati in cella, si recupera il tempo perduto. E di nuovo a inventarsi cose da dire, a persone sconosciute, presentandosi come questo e quello. Avatar friabili e transeunti.
Facebook ci fa sentire forti. Ci permette di averla vinta bloccando l’avversario. Ci dà la sensazione di essere supereroi. Così, si regredisce “verso un narcisismo digitale cattivo, più simile ai deliri di onnipotenza dei bambini che all’autocompiacimento degli adulti” (p. 91).
E zampilla il flutto di una violenza verbale inaudita, che idealizza l’odio stesso, un odio senza referente, senza vittima, kamikaze senza suicidio, lacerazione che si ritorce verso se stessi. Qui le lezioni di Nietzsche e di Pirandello sull’inconsistenza della vita mascherata di allora (una vita perduta nei campi di battaglia della prima guerra mondiale) risuona di grande attualità; combattiamo tuttora una guerra… contro un mostruoso mulino a vento da abbattere a suon di post, commenti e rimozioni forzate (http://www.pensieroplurale.it/facebook-come-strumento-di-morte/).
A tal proposito, emerge l’attitudine a servirsi dei gruppi in Rete al solo scopo di ingaggiare dispute con chiunque capiti a tiro, in una sorta di paranoica autodifesa del Nulla.
Nei gruppi si consolidano le proprie opinioni personali, togliendo le amicizie virtuali al più piccolo accenno di disaccordo. Solo che non resta alcuna visione del mondo. E se un blogger di professione non può neppure minimamente pensare di averne una, nella maggior parte degli utenti, quel po’ di logica che si ha si frantuma nel nonsense di Facebook. Non c’è nessuna filosofia da diffondere. Per nessuno. A rigore, nessuna guerra. Sussiste la fluida glaciale sensazione di apparire vincenti. E dilaga “una certa tendenza solipsistica, favorita dalla meccanica algoritmica di Facebook che fa in modo di ritrovare nella propria timeline solamente i post e le notizie più vicini al nostro modo di pensare e di vedere il mondo” (p. 91), o, per meglio dire, più vicini alle nostre credenze.
“Facebook, sulla base di likes e condivisioni, seleziona sia i post che i suggerimenti da inserire, determinando così una sorta di continuo rafforzamento delle convinzioni già esistenti, e una parallela etichettatura di ogni opinione contraria o semplicemente differente dalle proprie come fastidiosa e inopportuna” (pp. 91-92).
Praticamente, è l’apoteosi del monismo narcisistico.
“Si alimenta e si rafforza il cameratismo tra gli utenti che la pensano allo stesso modo e di converso si rafforza l’odio nei confronti di coloro che non si allineano allo stesso pensiero. È un disprezzo verso l’altro che non trova ragioni e motivazioni precise se non in astratte posizioni ideologiche (o fortemente personali), che tendono a rinsaldarsi su posizioni in cui non si genera mai la possibilità di una sintesi conciliatrice, laddove i termini forniti forniscono per trovare residenza solo sotto le categorie del puro o dell’impuro” (p. 92). Così, siamo alla “paralisi completa”. Per rievocare le parole di Vladimir Jankélévitch: “ecco il castigo destinato a coloro che intendono preservare in se stessi uno stato di perfetta asepsi morale. Il prezzo del purismo è la fobia dell’Altro, ed è il rifiuto del divenire” (Il puro e l’impuro, 2014, p. 25).
Che poi significa: sovranità dell’Uno… strapotere della Matrix che si consuma online con l’omologazione di contenuti e modelli, nel quadro di una dirompente globalizzazione, per cui dal Portogallo al Sol Levante si chatta, in blando inglese, su sciocche questioni legate al “ti piace quale musica”, “dove vai in vacanza”, “fai sesso con me”.
Allora è la pluralità stessa che decade dall’orizzonte del pensiero e della vita.

di Antonio di Bartolomeo per Hackthematrix

Deslok Indagatore dell'insolito e dei fenomeni inspiegabili.

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