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“L’uomo che ha salvato il mondo”.

“L’uomo che ha salvato il mondo”.

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“L’uomo che ha salvato il mondo”, articolo a cura di vito ditaranto.

 

 

A volte l’anima, il carattere e la stravaganza vengono trasmesse di generazione in generazione e tutto ciò che potrebbe salvare un discendente, potrebbe anche ucciderlo. (vito ditaranto)

 

Sedevano in un locale sprofondato nel sottosuolo, al quale si ac-cedeva solo tramite un unico ascensore ad alta velocità. Era stato costruito in segreto nei primi anni Sessanta e destinato a “superbunker” nel caso di un attacco nucleare. Il rifugio era stato allestito in un’epoca in cui si riteneva possibile sopravvivere a un’aggressione nucleare diretta nascondendosi nelle viscere della terra dentro un contenitore d’acciaio. Dopo l’olocausto che avrebbe annientato il resto della popolazione, i governanti sarebbero riemersi dalle macerie senza più niente da governare, tranne, forse, il vapore acqueo. L’edificio originale, quello che affiorava dal terreno, era stato da tempo demolito e ora il superbunker si trovava sotto un piccolo centro commerciale vuoto da anni. Dimenticato praticamente da tutti, il sotterraneo veniva usato come luogo di incontro da alcuni membri del servizio segreto del paese. Le iniziative che vi venivano discusse erano di natura illegale e, quella sera in particolare, addirittura omicida.

Le massicce pareti d’acciaio erano state rivestite di uno strato di rame, una misura che, con l’aggiunta delle tonnellate di terra, impediva ogni intercettazione da parte di eventuali orecchie indiscrete, anche situate nello spazio. Quegli uomini non gradivano molto scendere nel sotterraneo. Era scomodo, e ironia vuole che apparisse un po’ troppo alla James Bond anche a chi aveva un’inclinazione naturale per il mistero e il complotto. Ma, ormai, il pianeta era assediato da strumenti di sorveglianza così perfezionati che non esisteva praticamente alcun luogo in superficie dove una conversazione non potesse essere intercettata. Bisognava sprofondare nelle viscere della terra per sottrarsi ai nemici.

 

Tutto accadde il 26 settembre del 1983 durante la terribile Guerra Fredda tra gli Stati Uniti e l’Urss.

 

Stanislav Petrov non si fidò del sistema di difesa sovietico per cui missili atomici lanciati dagli Usa erano in arrivo.

 

Oggi: FRYASINO (Russia).

Stanislav Petrov è una persona schiva l’uomo che ha salvato il mondo. Di poche parole.

All’inizio degli anni Novanta, la sua storia fu resa pubblica per la prima volta dopo la caduta del muro sovietico.

“…Ero l’uomo giusto al posto giusto al momento giusto…”.

In realtà è stata una fortuna per questo pianeta il fatto che il tenente colonnello Stanislav Petrov non fosse un militare qualunque, uno dei tanti addetti alla sorveglianza. Lui era un analista che quella notte si trovò quasi casualmente a fare un turno di guardia ai calcolatori, sostituendo uno dei militari professionisti. Un altro avrebbe semplicemente controllato i segnali in arrivo e si sarebbe limitato ad applicare il protocollo, informando i suoi superiori:

“…Missili termonucleari americani in arrivo. Colpiranno il territorio dell’Unione Sovietica fra 25/30 minuti…”.

 

Petrov non credeva che gli Stati Uniti potessero veramente attaccare.

“…E se pure l’avessero fatto, non avrebbero lanciato solo un grappolo di missili…”.

Si convinse che fosse «un’avaria ». Così non disse nulla. E salvò il pianeta. La notte in questione era quella del 26 settembre 1983, per la precisione le 00.15.

Venticinque giorni prima, il 1° settembre, un caccia sovietico aveva abbattuto un jumbo jet coreano con 269 persone a bordo che era entrato nello spazio aereo dell’Urss. Erano gli anni della della paranoia e della profondissima crisi.

L’errore del sistema di difesa ottuso Russo.

Petrov non era ottuso.

I missili impiegano meno di mezz’ora per raggiungere la Russia dagli Usa. Alcuni minuti servono per controllare che tutti i parametri siano giusti. Poi la comunicazione telefonica a Mosca. L’informazione arriva ai vertici. Militari ed ex agenti del Kgb non sono abituati a mettere in discussione le procedure. La tensione era altissima, con Reagan che aveva bollato l’Urss come «impero del male» appena sei mesi prima e Andropov che si diceva convinto della volontà di aggressione americana. A un attacco si sarebbe risposto quasi certamente con una massiccia rappresaglia: decine di missili sovietici lanciati verso gli Stati Uniti. Washington avrebbe certamente replicato con il lancio (questa volta vero) delle sue testate nucleari. Per il pianeta sarebbe stata la fine.

Ma Petrov non era ottuso.

Al suo posto di controllo arrivò il segnale sempre atteso e tanto temuto:

“…Si accese una luce rossa, segno che un missile era partito. Tutti si girarono verso di me, aspettando un ordine. Io ero come paralizzato, dapprincipio. Ci mettemmo subito a controllare l’operatività del sistema, ventinove livelli in tutto..”.

Pochissimi minuti e si accese un’altra luce, poi un’altra.

“…Nessun dubbio, il sistema diceva che erano in corso lanci multipli dalla stessa base…Una nostra comunicazione avrebbe dato ai vertici del Paese al massimo 12 minuti. Poi sarebbe stato troppo tardi..”.

Nessun riconoscimento in patria

Petrov era sicuro che la segnalazione fosse sbagliata, nonostante tutto.

“…Ero un analista, ero certo che si trattasse di un errore, me lo diceva la mia intuizione… I quindici minuti di attesa furono lunghissimi. E se eravamo noi a sbagliare? Ma nessun missile colpì l’Unione Sovietica…”.

In seguito si chiarì che il sistema era stato ingannato da riflessi di luce sulle nuvole. Pensava di venir premiato, e invece gli arrivò un richiamo, venne licenziato per non aver eseguito il protocollo. Tutto venne insabbiato.

“…Quando mi congedai, non mi concessero nemmeno la solita promozione a colonnello…”.

Petrov ha ricevuto vari riconoscimenti all’estero, ma nulla in patria. E ancora oggi, a 76 anni, fa la vita di sempre nel palazzo di Fryasino. Non è mai stato premiato con un nobel per il suo contributo alla pace e alla salvaguardia del genere umano.

In Germania, nel 2011, gli è stato conferito il premio dedicato a chi ha apportato significativi contributi alla pace nel mondo, per aver scongiurato una guerra nucleare potenziale.

Nessuno oggi ricorda più l’uomo che ha salvato il mondo.

Oggi Petrov vive in assoluta povertà e con una misera pensione che gli permette solo di pagare un alloggio popolare.

Grazie a Petrov oggi noi siamo qui, ma nessuno lo sa.

 

Ora “Sorridi”. E quando avrai un momento di smarrimento o indecisione, fermati, aspetta e senti il tuo cuore.

…a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.

 

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