Home controinformazione Il meglio e il peggio dell’Italia ad Amatrice
Il meglio e il peggio dell’Italia ad Amatrice

Il meglio e il peggio dell’Italia ad Amatrice

0
loading...

Il meglio e il peggio dell’Italia coesistono ad Amatrice, proprio in questo istante. Solidarietà e speculazione, dedizione e protagonismo, spirito pratico e burocrazia, pazienza e intolleranza, rispetto e noncuranza del prossimo: sta tutto qui a pochi metri, nello stesso container o sotto lo stesso tendone ad aspettare che passi l’inverno. Lontano anni luce dal resto della penisola.
Te ne accorgi soprattutto tornato a casa, dopo le prime chiacchiere con chi chiede se “ad Amatrice è davvero tutto così distrutto”. Sì, è proprio così e forse anche peggio, visto che allo stato attuale non si scorge alcuna via d’uscita dalle devastanti conseguenze dei terremoti. Cosa ne sarà di questo paese e delle sue frazioni una volta conclusa la fase dell’emergenza?

Gli amatriciani rispondo senza troppi giri di parole: “In sei mesi abbiamo visto venire tutti i politici a fare promesse e farsi scattare foto, ma qua è ancora tutto bloccato. Amatrice è morta come l’Aquila”. Previsioni cupe ma non campate in aria: in paese tutto sembra ancora cristallizzato in quell’istante del 24 agosto che ha stravolto il Centro Italia. Le macerie bloccano le strade secondarie mentre in un display all’ingresso del centro, perenne presidio di militari e forze dell’ordine, scorrono ancora gli annunci di concerti di fine estate mai andati in scena. Una stasi ancora più innaturale di fronte al costante brulichio di uomini, mezzi e attrezzi che sferragliano per l’unica strada percorribile.

Eppure nel frattempo di cose ne sono successe parecchie. Nuove scosse hanno aggravato l’emergenza e il maltempo ha dato il colpo di grazia alle 69 frazioni e borgate arroccate sull’Appennino, ‘ghost town’ dove centinaia di famiglie continuano a vivere isolate e a combattere il freddo. È proprio chi ha rifiutato il trasferimento in altre località a passarsela peggio, in una nazione dove anche i cataclismi devono vedersela con la burocrazia. Amatrice è terra di pastori e allevatori, persone che non possono materialmente abbandonare la propria terra per più di un giorno. “Ci avevano proposto di andare un albergo a San Benedetto del Tronto, ma come faccio ad andarmene?”, racconta un piccolo imprenditore agricolo indicando la sua stalla. All’interno vivono più di 30 capi di bestiame tra vacche, maiali e cavalli, oltre a qualche decina di galline nel pollaio poco lontano.

Andarsene vuol dire condannare a morte gli animali e il lavoro di una vita; restare significa affrontare un difficilissimo inverno in una struttura provvisoria, installata di tasca propria salvo generose – ma non scontate – donazioni. E spesso riscaldata da dispendiosi impianti a gasolio. A Scai, una delle principali frazioni, una donna somministra le medicine a un cavallo ammalato: “In questi mesi non abbiamo mai visto nessuno delle Forze dell’Ordine o della Protezione Civile. Quando sono venute le nevicate questo povero animale è rimasto bloccato nella stalla con la neve che gli arrivava alla pancia. Ce la siamo cavata perché ho un amico veterinario che è venuto a darci una mano assieme ai volontari delle associazioni”.

Già, i volontari: cosa ne sarebbe di Amatrice senza di loro? È curioso che a chiederselo sia proprio un caposquadra dei Vigili del Fuoco, durante un pranzo con la popolazione al campo delle Brigate di Solidarietà Attiva a San Cipriano: “È una fortuna che ci siate voi. Noi vorremmo fare molto di più, ma non ce lo lasciano fare”. Questioni di normative, tempistiche, competenze, permessi.

Lo Stato che lega le mani allo Stato, lasciando la patata bollente nelle mani della società civile. In quegli stessi giorni, a inizio febbraio, dagli uffici del Comune parte un giro di telefonate a privati e associazioni: si cerca qualcuno disponibile a intestarsi le utenze dell’acqua in un immobile pubblico, per poi fare la voltura in un secondo momento al Comune. È la burocrazia, non il freddo, a ghiacciare i rubinetti. In un deposito della Protezione Civile giace ancora imballata una cucina da campo presentata in pompa magna durante l’ultima visita del Presidente Mattarella. Forse c’è chi pensa che abbia già assolto alla sua funzione.

Non stupisce che tra la popolazione di Amatrice la critica sia quasi unanime: “Un’emergenza gestita dall’alto e senza un’idea chiara delle reali urgenze”. Ma anche, a sentire i volontari, “completamente scoordinata”. A febbraio 2017 non esiste ancora un chiaro censimento della popolazione rimasta sul territorio. Siamo sempre con le Brigate di Solidarietà Attiva quando incontriamo una pattuglia di poliziotti romani che suona ai campanelli in una frazione semiabbandonata. Gli agenti chiedono informazioni ai volontari sulle famiglie ancora presenti e ci si spartisce le aree da setacciare durante la giornata, con il buon senso di sei persone attorno a una mappa. Il buon senso che probabilmente manca ai ‘piani alti’: tutto questo tempo, impegno e carburante sarebbero potuti essere risparmiarti attraverso il coordinamento e la condivisione delle informazioni.

Ma poi – obietterà qualcuno – come la mettiamo con la privacy? Il trattamento dei dati sensibili? A sentire gli amatriciani rimasti, buona parte delle famiglie vi rinuncerebbe volentieri, ma nessuno ha mai chiesto loro la disponibilità per un censimento pubblico. Probabilmente risponderebbero che la privacy è un lusso superfluo, quando si ha bisogno del mondo esterno per mangiare e riscaldarsi. Ma vallo a spiegare al Legislatore. Poco dopo siamo a Torrita, dove un volontario del Movimento per la Terra ci lascia i propri contatti in vista di una futura collaborazione: “Qua se non ci organizziamo per i fatti nostri non si muoverà mai niente, non c’è tempo da perdere”.

Eppure ci deve essere un modo per gestire un’emergenza in maniera più razionale ed efficiente. Non può – non deve – essere la paura di sciacalli e approfittatori a castrare ogni speranza di rinascita in questo paese, imponendo assurdi paletti e bloccando ogni comunicazione tra istituzioni e società civile. Anche perché si tratta di strumenti tutt’altro che infallibili: nonostante la sostanziale militarizzazione del territorio, le prevaricazioni già esistono e sono sotto agli occhi di tutti. È il caso del negoziante che rivende i generi alimentari ricevuti al campo dei volontari, di chi fa incetta di aiuti sottraendoli alle altre famiglie, di chi usa tre comode roulotte come deposito per i mobili mentre fa dormire il bracciante rumeno nel pollaio. In pieno inverno, a 1000 metri di quota. Situazioni alla luce del sole, di cui si parla apertamente nel piccolo bar di Amatrice frequentato da popolazione, volontari e dalle Forze dell’Ordine. Situazioni che forse si potrebbero arginare o risolvere in pochi giorni se ad Amatrice invece di vivere così, da separati in casa, fosse possibile e legale pianificare insieme gli interventi e il tipo di assistenza.

Nel frattempo fiorisce l’oneroso business del ‘provvisorio’, e non parliamo solo di stufette e cucine: secondo il settimanale L’Espresso, i moduli abitativi provvisori costeranno 1.075 euro al metro quadro: “Il costo supera il valore di tutti i tipi di edifici nuovi e in muratura nella provincia di Rieti e nella zona di Amatrice prima del terremoto: 990 euro al metro quadrato un appartamento, 840 una casa di edilizia economica, 1.000 una villa”. Un carpentiere amatriciano scuote la testa sconsolato davanti a questi dati: “Se non fanno ripartire l’edilizia privata sarà la fine di Amatrice. Che facciano pure i controlli, ma lasciandoci lavorare. Questa terra non può aspettare di fare la fine dell’Aquila, dobbiamo ricominciare a lavorare”. Ma vallo a spiegare al Legislatore, che siamo una repubblica fondata sul lavoro.

di Ruggero Veronese per Hackthematrix

LEAVE YOUR COMMENT

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

loading...