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Uomo senza uomo

Uomo senza uomo

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«La degradazione non si basa soltanto sulla rappresentazione distorta (pregiudizi e stereotipi), ma anche sull’illusione di un’identità unica» (Amartya Sen, premio Nobel per l’Economia).

Sarebbe troppo facile approfittare dell’occasione per ribadire e diffondere la mia filosofia della pluralità; ancor più facile starsene comodamente in disparte a leggere sciatti commenti online e articoli eruditi sui quotidiani (costretti peraltro a riportare la grande vittoria degli Azzurri nella prima partita degli Europei). No, non riesco a celebrare il minuto di silenzio caldeggiato dalle retoriche di stadio. Quando muore qualcuno, di morte naturale, di cancro o, peggio, sotto la mitragliatrice di un folle, mi assale una collera incontenibile. Contro l’uomo e contro dio. Mi calmo solo quando scrivo: le passioni si affievoliscono all’istante e la mente si risveglia, restituendomi il significato autentico delle parole “uomo” e “dio”.

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I monisti ritengono che esista un solo tipo di uomo (in tal caso sarebbe stato facile, per Diogene di Sinope detto il Cinico di trovarlo, anche senza lanterna); ripetono ad nauseam che gli uomini sono tutti uguali, conformi al Modello Universale da loro stessi con zelo concepito, indipendentemente dalla condizione in cui quello in carne e ossa si trovi: se ammalati o in salute, se ricchi o miseri, se vittime di guerra o sereni in tempo di pace, se abili o disabili, se in procinto di morire o di nascere, sempre di uomini si tratta. Poi, si affidano a un unico dio – ogni religione ha un unico stramaledetto dio – che venerano perché salvi gli “uomini” dal male del mondo. Ma, ancora, quali “uomini”? La parola “uomo” deriva dal latino hŏmō, legato a hŭmus, terra; pertanto, sono “uomini” quelli che abitano la Terra. Bene! Ma “quelli” cosa? Perché anche gli alligatori abitano la Terra, tanto più che sguazzano liberamente nella melma, dall’alba al tramonto, come se facessero Ramadan.

A proposito, pare che alcuni scriteriati collezionisti americani si rechino abitualmente in Florida – nei pressi di Orlando – per acquistare cuccioli di alligatori, per poi sbarazzarsene a New York, megalopoli cosmopolita e all’avanguardia animalista, gettandoli nello scarico del wc quando cominciano a crescere troppo. Sicché nelle cloache newyorkesi prosperano migliaia di rettili (persino qualche caimano).

Tornando a noi, lo sapevate che il latino, oltre al termine hŏmō, possiede “vir”, per indicare un essere umano adulto di sesso maschile? «Don Tonino Maria Nisi, parroco di Taranto, celebrando il funerale di Luigi Alfarano, suicida dopo aver assassinato, il 7 giugno scorso, la moglie – Federica De Luca, di 30 anni, e il figlio Andrea di 4 anni, ne ha esaltato le qualità morali. Quel “brav’uomo, dipendente amministrativo dell’Associazione nazionale tumori” nel 2014 aveva patteggiato un anno e otto mesi di reclusione per atti sessuali e violenza privata nei confronti di una giovane promoter della Onlus, di cui Alfarano era coordinatore delle attività promozionali. Don Tonino, tra gli applausi dei fedeli in chiesa, ha garantito – come riporta Il Quotidiano di Puglia – che l’uomo andrà dritto filato in Paradiso perché è stato il demonio ad armare la mano del 50enne e “il Signore lo sa e nessuno può permettersi di fare una graduatoria di buoni o cattivi”. E quindi semaforo verde per il Regno dei Cieli, in contemplazione dell’Altissimo, magari accanto a Santi e Beati» (Fonte: Il Fatto quotidiano.it). Ecce homo!

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Qualcuno è ancora convinto che il genus sia più importante della species?

Proviamo a pensare secondo logica, anche se non tutti gli “uomini” lo sanno fare: non tutti gli uomini sono parroci, non tutti i parroci sono uomini, non tutti i parroci sono omosessuali, e non tutti gli omosessuali sono gay; ovviamente, non tutti i gay sono uomini-alligatori-maschi-aspiranti mariti.

A giugno del 2015 la Corte suprema americana giunge a una sentenza shock: anche le coppie dello stesso sesso hanno il diritto di sposarsi. Sorry! Non capisco cosa s’intende con l’espressione: “dello stesso sesso”: due cazzi (o due fighe) uguali non esistono, a meno che non si ponga in rilievo una funzione… ma anche qui avrei molti dubbi. O forse, più semplicemente, la Corte suprema intendeva ridare a Cesare ciò che è sempre stato di Cesare: la possibilità di convolare a nozze e rovinarsi la vita. Coraggio, che quarant’anni di battaglie e rappresaglie per il riconoscimento di diritti “umani”, condotte da alcuni contro lo strapotere della maggioranza, hanno avuto buon esito. Non immaginava, la Corte, pur suprema, di innescare la miccia dell’odio.

Cocktail e merengue, salsa e bachata, culi e tatuaggi, tette finte e boum: centinaia di colpi, all’impazzata, da parte di Omar Mateen, un balordo che ha conosciuto l’ISIS dalla CNN (come tutti d’altronde) e tratto dalle chat ispirazione e fervore per fare irruzione nel Pulse Club – gran macho lui, sposato e con un figlio, dedito tuttavia a intrattenersi con chissà chi in quello stesso variopinto nightclub – e ammazzare una cinquantina di gay e altrettanti mandarne in ospedale. Lo definiva «un luogo di amore e di tolleranza» Barbara Poma, l’italo-americana proprietaria del locale. E chi non sarebbe d’accordo con lei!

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La cultura gay non si abbatte, e continuerà la sua lotta per un cosmo plurale dove «le identità di genere, il colore della pelle, l’origine etnica e sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l’appartenenza a una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, gli handicap, l’età o gli orientamenti sessuali siano finalmente valutati per ciò che sono: lo specchio della straordinaria ricchezza delle differenze alle quali va attribuita pari dignità e valore».

Le culture sono tante, non ce n’è una sola.

Di uomini, mi sa proprio, neppure uno!

di Antonio di Bartolomeo – Direttore del sito PensieroPlurale

Antonio di Bartolomeo
Antonio di Bartolomeo
Admin Indagatore dell'insolito e dei fenomeni inspiegabili.

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